Faccia a faccia con l’odio

Non sono in molti, almeno in Italia, a conoscere nel dettaglio l’Affaire Dreyfus. Eppure è uno dei più eclatanti casi di antisemitismo della storia moderna: divise l’opinione pubblica e vide coinvolti numerosi intellettuali, tra i quali anche un giovane Marcel Proust che ne scriverà anche nella Recherche. Il fatto che Roman Polanski l’abbia scelto come soggetto del suo ultimo lungometraggio non è certo casuale. Il titolo italiano L’ufficiale e la spia, traduzione (quasi) letterale dell’anglosassone An officer and a spy, non rende giustizia all’originale francese J’accuse, che riprende la celebre lettera-editoriale di Émile Zola pubblicata sulla testata socialista L’Aurore agli inizi del 1898, dove si denunciavano i misfatti commessi dall’esercito francese nel falsificare le prove che avrebbero incastrato, nel 1894, il capitano ebreo Alfred Dreyfus, forse in quel momento il più facile dei capri espiatori.


Jean Dujardin nel ruolo di Picquart in L’ufficiale e la spia (2019)

Dreyfus visse confinato sull’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, dal 1895 fino alla riapertura del processo nel 1899, avvenuta non solo per l’insistenza dei famigliari dell’accusato ma anche grazie al colonnello Georges Picquart, nominato capo dell’Ufficio informazioni dello Stato Maggiore. Malgrado il suo aperto antisemitismo, Picquart si mosse senza pregiudizi per far luce sul pasticcio compiuto dallo stesso esercito al quale lui aveva dedicato la vita, e scoprì in un tempo relativamente breve che Dreyfus altro non era che la vittima di un complotto, di una falsificazione operata in fretta e furia: il vero colpevole sarebbe stato infatti da ricercare nel colonnello Ferdinand Walsin Esterhazy.


Malgrado il suo aperto antisemitismo, Picquart si mosse senza pregiudizi per far luce sul pasticcio compiuto dallo stesso esercito al quale lui aveva dedicato la vita


Ovviamente, dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora, neanche Picquart ebbe vita facile: fu prima allontanato da Parigi, mandato in giro per l’Africa, costantemente spiato e infine anche lui imprigionato. Dreyfus non ottenne l’assoluzione neanche nel 1899 e fu di nuovo condannato a dieci anni di reclusione. Tuttavia il polverone, anche grazie all’editoriale di Zola, era già stato sollevato – anche il celebre scrittore fu condannato a un anno di carcere, e assieme a Picquart ottenne l’amnistia nell’anno 1900 – e all’ormai ex-capitano fu concessa la grazia dal nuovo Presidente del consiglio Pierre Waldeck-Rousseau, che lui accettò. La totale riabilitazione di Dreyfus fu però molto lenta: non la ottenne fino al 1906, anno in cui fu  reintegrato nell’esercito, pur chiedendo la pensione l’anno successivo. Picquart, intanto, era divenuto generale, o meglio Ministro della guerra.


Il gioco dell’oca dell’Affaire Dreyfus. In questa vignetta satirica del tempo ogni casella rappresenta una personalità connessa all’affaire fino al raggiungimento della “nuda verità”, al numero 63. Le regole del gioco prevedono penalità ogni volta che si cade in una casella che contiene una delle altre “verità”.

Roman Polanski racconta la vicenda in modo magistrale, con un’ottima ricostruzione storica, un lavoro eccellente su costumi e scenografie, in una pellicola che va oltre il semplice film in costume: L’ufficiale e la spia è al contempo un film storico, un dramma giudiziario come avrebbe potuto dirigerlo Sidney Lumet, un film di spionaggio e in parte anche un giallo, essendo costellato di indagini, indizi, prove e contro-prove. Un giallo il cui vero colpevole è già stato rivelato dalla storia, certo, eppure chi guarda viene immerso in una narrazione dal ritmo crescente, polanskiana al 100%: la regia è elegante, con i classici tratti hitchcockiani, mentre la fotografia dell’ormai fidato connazionale Pawel Edelman, al lavoro col cineasta dai tempi della Palma d’Oro Il pianista (2002), restituisce alla perfezione le poche luci e le molte ombre della Francia di fine Ottocento.

La direzione degli attori è ineccepibile, a cominciare da Jean Dujardin, che col suo Picquart, vero protagonista del film, fornisce una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Si tratta inoltre di un personaggio ben scritto, sfaccettato e contraddittorio. Lo spettatore è naturalmente portato a tifare per lui, nonostante al di fuori del suo lavoro sia un uomo che non nasconde il suo disgusto per gli ebrei, arrivando pure, in un flashback, ad ammetterlo di fronte a un giovane Dreyfus, il quale appare in poche ma significative scene impersonato da un irriconoscibile Louis Garrel, bravissimo nel trasmetterne le sofferenze per mezzo di pochi sguardi, di un corpo magro, straziato e invecchiato dalla prigionia.
I ruoli di comprimari sono affidati a Emanuelle Seigner, nella parte Pauline Monnier, moglie di Philippe (nel film Luca Barbareschi, anche tra i produttori), a Mathieu Amalric, nei panni del grafologo Bertillon; Gregory Gaudebois che presta il volto, la voce e un fisico appesantito al negligente, nonché supinamente piegato al potere dei vertici dell’esercito, maggiore Henry; François Damiens, invecchiato di diversi anni per diventare un credibilissimo Émile Zola, figura apparentemente di secondo piano ma al tempo stesso determinante sia per l’economia di L’ufficiale e la spia sia per i fatti in esso narrati.


L’editoriale di Émile Zola su L’Aurore messa in scena in L’ufficiale e la spia

È anche attraverso la rappresentazione della reazione popolare al J’accuse zoliano, con tanto di libri dell’autore bruciati per strada, che Polanski vuol sottolineare l’attualità del suo ultimo lavoro: la critica è innanzitutto a un certo tipo di populismo, ai facili additamenti e all’immediato processo mediatico-popolare che solletica e fa scaturire i peggiori istinti delle masse. È un film che ha in sé delle note autobiografiche (vedi le accuse di molestie) e che però non si ferma qui, anzi. Da ebreo scampato ai campi di sterminio, con la madre morta ad Auschwitz e il padre sopravvissuto a Mathausen, il regista non può che sentirsi profondamente vicino ad Alfred Dreyfus.


Con L’ufficiale e la spia Polanski è riuscito in modo quasi inquietante a rendere l’Affaire Dreyfus un fatto contemporaneo


L’atto di accusa di Polanski è dunque chiaro: il razzismo è di nuovo palpabile e l’antisemitismo, anche in Italia, specie alla luce dei recenti fatti riguardanti la senatrice a vita Liliana Segre, non è più alle porte ma le ha già oltrepassate. Il nazionalismo più becero, oggi riconducibile a figure come Le Pen, Orban, Salvini o Trump, alimenta questi sentimenti e getta benzina sul fuoco, trova il nemico nel diverso e nello straniero come avveniva nella Francia raccontata nel film, dove il solo credo del capitano Dreyfus bastò a tramutarlo in un nemico del popolo, nell’uomo giusto da odiare. Con questo film Roman Polanski, traendo spunto dal libro di Robert Harris con cui ha scritto una solida sceneggiatura (come avvenne per L’uomo nell’ombra), è riuscito in modo quasi inquietante a rendere l’Affaire Dreyfus un fatto contemporaneo. E non c’è stato bisogno di far nomi, né di tirare in ballo nessuno in particolare: come l’arte migliore, L’ufficiale e la spia parla da solo e basta a se stesso.