Essere Charlie Kaufman

Uno degli aspetti che ho sempre amato di Charlie Kaufman, sia come sceneggiatore che come regista, è la sua capacità di creare un concatenamento narrativo che trascini in sé da una parte la metanarrazione e il metacinema, dall’altra i disturbi psicologici tipici della nostra epoca, entrambi in un flusso coeso capace di generare un complesso sistema di emozioni e interpretazioni. Il concatenamento che quindi Kaufman mette ripetutamente e ossessivamente in scena è sempre caratterizzato da un ribaltamento dell’equilibrio che caratterizza i film mainstream, dove di solito abbiamo una vicenda che nasconde dentro alle pieghe della propria struttura un conflitto non esplicitato, che sarebbe il vero argomento della pellicola. Questo equilibrio narrativo è generalmente capace di produrre grandi forme di intrattenimento parlando in realtà di temi serissimi che non si palesano ad uno sguardo meno attento. Se per esempio prendiamo Alien possiamo scoprire, analizzandone la struttura, che il film parla della maternità o, se avete una visione del mondo più pessimista, del tumore.

Gli elementi che ci permettono una lettura del genere sono nascosti all’interno della scansione narrativa e possono essere decodificati solo dopo aver accettato la natura non solo letterale ma anche metaforica delle vicende raccontate. È un po’ come se i film qualitativamente degni di nota – sia mainstream che non – non volessero esplicitare il conflitto che anima la storia e fossero obbligati a trattare ogni singola sequenza filmica come una metafora del conflitto stesso. Se fosse vero che Alien racconta della maternità, allora ogni sequenza lo fa a modo proprio senza mai pronunciare questa parola, ovvero il significante è una metafora o se volete una parafrasi, perifrasi, metonimia o una sineddoche di un significato sempre taciuto.


Kate Winslet e Jim Carrey in Se mi lasci ti cancello (2004), scritto da Charlie Kaufman e diretto da Michel Gondry

È un po’ come se un’opera narrativa fosse una scatola che contiene un oggetto. Solo che l’autore mostra solo la scatola, sulla quale ha scritto dei suggerimenti per farti indovinare cosa la scatola contenga effettivamente. Tutto questo ha delle motivazioni precise: dal punto di vista dell’intrattenimento è incredibilmente più funzionale per l’attenzione dello spettatore non sapere esattamente di cosa parli il film che si sta osservando. Creare un lieve slittamento tra l’immagine mostrata e il suo significato accende la mente umana, la fa lavorare grazie all’immaginazione, spingendo lo spettatore ad un processo di autointrattenimento che in parte solleva il regista dalle sue responsabilità di tenervi attaccati allo schermo.


Kaufman sembra il classico scrittore iperconsapevole del meccanismo e che ha deciso di ribaltarlo


Kaufman, al contrario, sembra il classico scrittore iperconsapevole del meccanismo e che ha deciso di ribaltarlo: il conflitto dei suoi film viene esplicitato fin dall’inizio e si pone quindi sulla dimensione visibile delle sue narrazioni, mentre ciò che è invisibile è proprio quello che viene metaforizzato. Nel caso del suo cinema, l’oggetto è in bella vista con scritti sopra tutti gli indizi del caso e al suo interno c’è la scatola.


La locandina di Essere John Malkovich (1999), scritto da Charlie Kaufman e diretto da Spike Jonze

Se agli inizi della sua carriera questo ribaltamento gli riusciva sempre in modo spettacolare proprio grazie alla sua capacità di mantenere un equilibrio tra metanarrazione e patologia psicologica, col passare degli anni quell’equilibrio è venuto gradualmente meno. Prendiamo per esempio il primo lungometraggio che ha scritto e prodotto, Essere John Malkovich con la regia di Spike Jonze. In questo caso abbiamo un conflitto che viene esplicitato continuamente a partire addirittura dal titolo, cioè il sogno che alcuni hanno di essere persone di successo, ma non nel senso che il tizio A, un fallito come tanti, sogna la sua versione celebre e ricca, ma che il tizio A, un fallito come tanti, sogna di essere un tizio B, una stella dello star system. John Malkovich, appunto.

E in una frenetica ossessione per il desiderio di essere amati, il film si dispiega lungo un percorso di sofferenze individuali e fallimenti fino a raggiungere la condizione patologica degli affetti, una condizione disturbata e disturbante dell’amore. Quello però che forse appare in modo meno evidente è che il film al contempo sta parlando di se stesso: ovvero di cosa significhi creare un’opera d’arte e di come questa debba essere. Questi due elementi sono sempre posti da Kaufman l’uno dentro all’altro, in modo tale da creare un concatenamento che dal significante metaforizzi un significato che è di per sé indicibile, dato che si colloca al di fuori del linguaggio ordinario, in uno stato d’animo. E più in particolare lo stato d’animo di Kaufman stesso.

Charlie Kaufman (secondo da sinistra) durante il Q&A di Anomalisa al Fantastic Fest 2015 a Austin, Texas. Foto di Anna Hanks

In parole povere Kaufman, al contrario di quasi tutti gli sceneggiatori cinematografici, mette il conflitto in evidenza e nasconde la metafora, che, nel suo caso, non è capace di generare intrattenimento su larga scala. Infatti lo stato d’animo dominante nei suoi film è la dissociazione post traumatica determinata non da incidenti incredibilmente traumatici ma dal normale decorso della vita. Questo stato d’animo è respingente per il grande pubblico. Kaufman, ai suoi esordi, deve aver pensato: come faccio a parlare di come mi sento e al contempo far rimanere la gente a guardare la mia pellicola? Ribaltando il classico meccanismo narrativo, deve aver concluso. Questo ribaltamento gli ha permesso di scrivere film bellissimi, complessi, illuminanti, che si sono impressi nella memoria di intere generazioni: Essere John Malkovich (1999), Il ladro di orchidee (2002), Confessioni di una mente pericolosa (2002), Se mi lasci ti cancello (2004), Synecdoche, New York (2008). Forse la perfezione formale della sua tecnica l’ha raggiunta proprio con Synecdoche, New York, quando l’elemento metanarrativo si è collocato perfettamente in equilibrio con il conflitto che anima le vicende, destrutturando il rapporto tra detto e non detto e mettendo sotto scacco l’avanzamento narrativo in generale.


Il nuovo spettacolo di Caden narrerà la sua vita, i suoi fallimenti, i suoi successi, ma anche il non trascurabile fatto che Cotard sta lavorando su uno spettacolo teatrale, che è proprio quello che parla della sua vita


Il regista teatrale Caden Cotard non sta trascorrendo un buon periodo (come tutti i personaggi di Kaufman): la moglie e la figlia se ne sono andate, gli attacchi di ipocondria lo torturano e il suo terapeuta non si preoccupa molto di aiutarlo a risolvere i suoi problemi, dato che sta scrivendo un libro. Così Caden Cotard decide di usare un premio per finanziare una nuova sceneggiatura. Si reca a New York, dove raccoglie un cast di attori per uno nuovo spettacolo che narrerà la vita di Caden stesso, i suoi fallimenti, i suoi successi, ma anche il non trascurabile fatto che Cotard sta lavorando su uno spettacolo teatrale, che è proprio quello che parla della sua vita. In questo film Kaufman riesce a mettere in scena un mise an abyme tale che lo spettatore si perde nella psicopatologia di Kaufman stesso senza neanche rendersi conto di come sia stata trasformata in struttura. La mente del creatore resa forma narrativa che riflette su se stessa. È un film immenso, un capolavoro, ma al contempo è un film al limite del sopportabile; non a caso conosco tantissime persone che hanno guardato innumerevoli volte Se mi lasci ti cancello, ma nessuno che abbia visto due volte Synecdoche, New York.


Philip Seymour Hoffman nei panni di Caden Cotard in Synecdoche, New York (2008)

Con il film d’animazione Anomalisa (2015) – storia di un oratore pubblico di successo che sta viaggiando a Cincinnati e che, grazie ad un incontro fortuito, scopre di essersi perso molto della vita, non solo la felicità e l’amore ma anche la comprensione degli altri – Kaufman si deve essere reso conto di essersi infilato in un vero e proprio cul de sac creativo e deve aver tentato di compiere un passo indietro, nel tentativo di girare nuovamente Synecdoche, ma questa volta in modo tale da essere visibile da tutti più e più volte. Senza però riuscirci. Non che Anomalisa sia un brutto film, ma non è neppure un film completo, tanto da avermi sempre dato l’impressione che mancasse una parte della narrazione. In Sto pensando di finirla qui (2020) assistiamo a un percorso onirico negli abissi della mente umana, marchio di fabbrica di Kaufman. Una giovane ragazza amante della poesia e della pittura fa un viaggio col nuovo fidanzato Jake per andare a conoscere i genitori di lui. Come ogni incontro coi “suoceri” che si rispetti le cose non vanno esattamente bene, anche perché tutti i personaggi sono in realtà intrappolati all’interno della memoria di un Jake vecchio, con tutti i difetti del caso.


Sto pensando di finirla racconta di una memoria sempre più labile,come in Se mi lasci ti cancello, e la difficoltà di accettare la fine, come in Synecdoche, New York


Anche qua la storia si muove continuamente su stratificazioni di significato differenti, usando come cardine il fatto che siamo influenzati dalla nostra percezione, per cui se la nostra percezione è distorta dal malessere allora anche la realtà si distorcerà con lei. Gli abissi che qui come sempre si affrontano sono la costitutiva solitudine ontologica dell’essere umano, tra una memoria sempre più labile (come in Se mi lasci ti cancello) e la difficoltà di accettare la fine (come in Synecdoche, New York), oltre ovviamente al desiderio umano di trovare una persona affine con cui riuscire a comunicare (come in Anomalisa), in quella che potrebbe esser considerata una rivisitazione dei suoi successi precedenti ma con un andamento più affaticato, che genera un deja-vu per niente piacevole. Purtroppo in Sto pensando di finirla qui il conflitto messo in evidenza è quasi del tutto incapace di generare tensione narrativa. E non vale come scusante il fatto che si tratta di una produzione Netflix: sembra proprio il punto di arrivo dell’avvitamento di Kaufman su se stesso, una spirale stretta così tanto da soffocarsi. L’augurio è che l’autore newyorkese riesca, con il suo prossimo lavoro, a mettere in discussione il suo modus operandi, per tornare a scrivere storie che si imprimono nella nostra memoria cambiando, ancora una volta, il nostro modo di sentire.