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Dune | L’ottimismo della fantascienza

Da quando il regista canadese Denis Villeneuve si è dedicato alla fantascienza nel 2016 con Arrival, nel cinema si è inaugurata una nuova temperie fantascientifica indirizzata verso un ottimismo del tutto insperato, se ripensiamo agli ultimi venti anni di narrazioni dove la categoria della fantascienza distopica o fortemente pessimista aveva preso il sopravvento. Probabilmente l’influenza degli scienziati di fronte alle sfide che la nostra epoca iniziava a porci in modo più pressante, le continue guerre tra nazioni lontane, una certa sfiducia determinata dalle varie crisi economiche e chi sa quali altri fattori avevano determinato una certa riserva, se non addirittura una diffidenza verso il futuro, diffidenza capace di influenzare la cinematografia con allarmismi di ogni genere, che la fantascienza ha raccolto con grande favore. Quando ormai però lo zeitgeist apocalittico da fine del mondo tipico di un certo millenarismo storicizzato ha toccato il fondo del suo pessimismo, da quel fondo, forse anche grazie all’impellenza di una reazione determinata dalle catastrofi reali e imminenti non più profetizzate da scienziati di ogni tipo ma percepite realmente dai singoli abitanti di questo pianeta terra, ecco allora che sono cominciate ad apparire spinte contrarie capaci di farci riemergere da quel vasto oceano di distopia e pessimismo, così che per noi è diventato possibile tornare a respirare di fronte all’insperata possibilità di un futuro di salvezza e redenzione. Denis Villeneuve, sembra evidente, si è posto come il portavoce hollywoodiano di queste nuove hopes of salvation, e a dimostrarlo basta guardare ai suoi ultimi tre film – in attesa ovviamente del quarto, Dune 2, di cui però chi ha letto il libro di Frank Herbert non fatica ad immaginare la direzione.


Louise (Amy Adams) di fronte alla scrittura aliena in Arrival (2016)

Arrival esce nel 2016, e racconta di come l’irruzione di un personaggio altro – navi aliene che sostano nei territori delle principali potenze economiche e militari del nostro pianeta – possa portare alle estreme conseguenze gli atavici, genetici, storici limiti umani su temi come pace e fratellanza. All’arrivo delle navi spaziali, tutte le nazioni vengono vagamente prese dal panico e mandano degli ambasciatori per cercare di comunicare con questi altri, anche se non esiste una Stele di Rosetta che permetta una traduzione dei segni con cui si esprimono. È quindi necessario trovare un modo per tradurre la loro lingua aliena.

Gli Stati Uniti selezionano una linguista e un fisico. Ogni giorno a una certa ora e per un certo periodo si apre un varco che permette ai due di entrare nell’astronave e di trovarsi di fronte a una specie di schermo trasparente oltre il quale vi sono due enormi alieni che stanno lì in attesa. Da nessuno dei due lati si sa come reagiranno gli altri. La talentuosa linguista statunitense però non si lascia abbattere dalle difficoltà iniziali e intraprende un corso di lingua inglese base per alieni, finché non riesce a conquistarsi la fiducia dei due enormi corrispettivi extraterrestri. Allora avviene il miracolo: umani e alieni iniziano a comunicare tra loro, con tutte le difficoltà del caso. Se un linguaggio è un mondo, se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, allora capirsi con esseri viventi provenienti da un altro pianeta significa cambiare modo di pensare, di essere, di guardare. Non solo, imparare una nuova lingua implica acquisire nuove capacità mentali. Nel caso di Arrival queste nuove capacità mentali vengono descritte dagli alieni con una parola equivoca che è “arma”. Come arrivano a tradurlo gli statunitensi, ci arrivano anche tutte le altre potenze mondiali, scatenando ancora più panico tra i capi di governo: a chi daranno questa potentissima arma aliena? La nazione che deterrà tale arma, come la userà contro le altre nazioni? Forse, pensano i vari capi di governo, meglio uccidere gli alieni e dichiarare guerra agli altri popoli. In definitiva siamo storicamente settati per ucciderci tra di noi.

Fino a qui saremmo in una fantascienza pessimistica, ma la realtà è che quell’arma che gli alieni vogliono consegnarci è il loro stesso linguaggio, grazie al quale l’eroina statunitense salverà il mondo dall’imminente guerra mondiale istituendo una nuova era di pace e comprensione reciproca. La bellezza di Arrival è che il linguaggio, la comunicazione, a loro modo saranno l’empatia e l’amore incondizionato, anche di fronte a un possibile se non addirittura sicuro lutto futuro, a salvare l’umanità da se stessa. Capirsi significa eliminare gli equivoci che non ci permettono di vivere in pace. Siamo di fronte a un ottimismo tragico, per niente naïf, forse a tratti un pizzico retorico, ma toccante e convincente proprio perché caratterizzato dal suo non essere un bene assoluto e quindi molto più realistico e funzionale all’effetto che vuole suscitare.


Ryan Gosling in Blade Runner 2049 (2017)

Questo ottimismo complesso si può ritrovare anche in un film noir e cupo come Blade Runner 2049, uscito nel 2017. Per spiegare come mai il sequel di Villeneuve sia caratterizzato da ottimismo, dobbiamo soffermarci sul capolavoro di Ridley Scott uscito nel 1982. Nella versione Director’s Cut del Blade Runner originale, infatti, troviamo (perdonate lo spoiler) un detective umano che deve dare la caccia ad alcuni androidi ribelli in un pianeta terra dove è sempre più difficile sopravvivere a causa delle malattie determinate dall’inquinamento – un aspetto che si evince dal romanzo di Philip K. Dick e da alcuni personaggi del film costretti a usare il bastone per camminare, in particolare da Gaff, un indimenticabile Edward James Olmos. Proprio Gaff, cacciatore di taglie in cerca di androidi ribelli, ama fare origami che regala alle sue prede poco prima di iniziare la caccia.

Quando il protagonista Harrison Ford si innamora della splendida androide riccioluta Sean Young, finisce il suo lavoro uccidendo i ribelli e cerca di scappare con la sua bella, dichiaratamente androide e fuggita al controllo della polizia, ma proprio mentre il protagonista sta uscendo di casa trova un origami. La macchina da presa indugia un attimo sui suoi occhi rivelando un balenio rosso nascosto dentro la pupilla, mostrandoci con chiarezza che il protagonista stesso, da noi ritenuto un essere umano fino a quel momento, non è altro che un androide. Un finale così cupo e pessimista è difficile da trovare nella storia di Hollywood, tanto che i produttori decisero di cambiarlo, ma il problema che il Director’s Cut pone (e che è un perfetto specchio del conflitto di molti romanzi di Philip K. Dick) è che l’uomo non può più essere certo neppure della sua biologia, perché forse in realtà è un robot, un simulacro, un’emulazione di se stesso. Siamo davanti a un viaggio di trasformazione dell’eroe che lo porta dall’essere una forma organica a scoprirsi una forma sintetica.

Villeneuve nel suo sequel ribalta completamente il processo di trasformazione dell’eroe. Un androide cacciatore di taglie si imbatte nella tomba di una donna, le cui ossa si rivelano essere sintetiche. Si tratta della donna amata dal protagonista del primo episodio del 1982. Si scopre che quell’androide donna fuggitivo ha partorito. Inizia così la ricerca di Harrison Ford e della sua progenie, entrambi simbolo di una possibilità innaturale che deve essere assolutamente scongiurata per mantenere il precario equilibrio economico della società. In questo percorso il cacciatore di taglie, un imperturbabile Ryan Gosling, entra in una profonda crisi esistenziale che lo convincerà a ribellarsi a sua volta, scoprendo di essere più umano di quanto potesse immaginare. Qua siamo di fronte a un film che ha come inizio lo scenario di un mondo dove ogni creatura vivente è caratterizzata da una ontologia sintetica e da una società cristallizzata e immutabile nel suo essere oppressiva, per finire in una rivoluzione vitalistica e biologica. Si tratta della riscoperta dell’organico dentro al robot programmato, la riscoperta dell’esistenza all’interno del computer, dove il computer siamo noi e l’essere umano è il nostro futuro. Ancora una volta questo ottimismo è incastonato dentro ad una cornice distopica, apocalittica, cupa, escatologica, mortifera, che rende il tutto più complesso e forse anche meno retorico rispetto ad Arrival, senza per questo diminuirne l’ottimismo di fondo.



Infine Dune, che sarebbe dovuto uscire nel 2020, ma a causa della pandemia è stato rimandato di un anno. Per parlarne con completezza bisognerebbe ovviamente aspettare la seconda parte, ma visti il brutto film di David Lynch del 1984, il molto interessante Jodorowsky’s Dune del 2013 (sulla versione del testo mai realizzata dal visionario regista cileno Alejandro Jodorowsky) e letto il primo volume della saga di Frank  Herbert, si può immaginare più o meno dove Villeneuve andrà a parare, bisognerà soltanto scoprire se ne sarà all’altezza.

Dune è una storia complessa, cupa, sanguinosa, piena di dolore, che rilegge un percorso cristologico all’interno di tensioni ambientali ed ecologiche improntate verso un anti-capitalismo anni ’60 (il capolavoro di Herbert è del 1965), indirizzando il tutto verso un risveglio spirituale capace di modificare la coscienza degli individui. La storia si svolge su Arrakis, un pianeta che è un enorme, sconfinato deserto. Sotto le dune di questo deserto vivono mostruose creature che divorano qualsiasi cosa produca vibrazioni. Gli uomini dell’Impero devono però estrarre da quello stesso suolo la Spezia, che nell’economia della narrazione è un simbolo ambiguo che si situa a metà tra il petrolio e una sostanza psichedelica. Estrarla significa doversi confrontare continuamente con quei mostruosi vermi. Il film non spiega la relazione fra vermi e spezia, ma senza dubbio mostra che la sua estrazione è un costo notevolissimo sia in termini economici che umani. Infatti gli Harkonnen, una casata crudele e spietata che governa Arrakis, adotta sistemi che per i lavoratori sono terribili e che potrebbero tranquillamente essere intesi come una forma di schiavismo deontologico. Ovviamente questo diritto del lavoro e la totale mancanza di rispetto per l’ambiente degli Harkonnen non rendono migliore la convivenza con i Fremen, la popolazione indigena che ricorda le tribù nomadi del Medio Oriente e del deserto del Sahara (elemento che, rispetto al libro, nel film è un po’ edulcorato). La storia inizia quando l’Imperatore decide di rimuovere gli Harkonnen e dare Arrakis in concessione alla casata degli Atreides, nobili illuminati che vogliono adottare sistemi più rispettosi e umani di estrazione della Spezia. Ovviamente scoppia una guerra tra le due casate e i crudeli Harkonnen sterminano tutti gli Atreides tranne due: il figlio primogenito e la concubina del Duca. Il primo capitolo di Villeneuve termina nel momento più buio del romanzo, quando i due sopravvissuti sono scappati nel deserto e riescono finalmente a entrare in contatto con i Fremen.

La prova che il giovane eroe figlio del Duca ha dovuto superare è quella di riuscire a sopravvivere alle difficoltà di una guerra con la fuga, vincendo però l’ostilità di un pianeta desertico e pieno di mostri affamati. Quello che accadrà nel secondo capitolo è il superamento delle difficoltà interne, situate dentro alla propria coscienza, una specie di morte interiore che ricorda molto Osiride, Dioniso e Gesù, così che il protagonista possa rinascere in una piena consapevolezza di cosa sia l’ordine generale del cosmo e quindi anche di Arrakis. Chiaramente il tema ecologico fa parte di questo risveglio della coscienza, ne è forse uno degli aspetti principali, ed è in nome di queste nuove verità scoperte che sarà possibile organizzare una controffensiva verso gli Harkonnen, veri e propri simboli di un capitalismo sordo e violento.


Denis Villeneuve con Zendaya sul set di Dune (2021)

Siamo ancora una volta di fronte al medesimo schema tematico di Villeneuve, che ci conduce da un pessimismo radicale della situazione di partenza verso un futuro ottimistico. In Arrival attraverso la metafora del linguaggio, in Blade Runner 2049 con la trasformazione dal sintetico all’organico e in Dune mostrandoci quale risveglio spirituale dovremmo seguire per sconfiggere i distruttori di mondi, cioè quel capitalismo che mette il profitto al di sopra di ogni altra cosa, compresa la salute stessa della nostra psiche e del nostro ambiente. Insomma, forse non si può tecnicamente parlare di utopia, ma sembra chiaro che l’ottimismo di Denis Villenuve faccia in qualche modo da consonanza a tutti quei movimenti creatisi dal basso, come per esempio i Fridays for Future di Greta Thunberg, che vogliono risvegliare nelle popolazioni l’idea che sia possibile cambiare il mondo. Mark Fisher nel 2009, nel mezzo di un ventennio di puro pessimismo, affermava che non fosse più possibile pensare ad alternative fuori dal capitalismo. Villeneuve sembrerebbe invece volerci convincere del contrario. L’unico problema, se proprio dobbiamo essere pignoli, è che Villeneuve pontifica da Hollywood. Un po’ come se Greta Thunberg lavorasse su una piattaforma di estrazione petrolifera. Però si sa: chi si accontenta gode.