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David ad personam

Il narcisismo di Gabriele Muccino e la polemica contro i David e il sistema dei premi italiano

È sempre molto, troppo facile attribuire colpe e meriti a una persona soltanto: ci sono i contesti e le contingenze, dati cause e pretesti per citare Guccini. Però i singoli possono essere cause scatenanti. Prendiamo Gabriele Muccino. Dopo l’annuncio delle candidature ai David di Donatello 2021 il regista romano ha cominciato una personale crociata su Twitter contro l’Accademia e i giurati che votano i premi, colpevoli di non averlo candidato ai premi più importanti (il suo recente Gli anni più belli è stato nominato per l’interpretazione di Micaela Ramazzotti, la canzone di Claudio Baglioni e per il premio dato dai giovani). Le accuse di Muccino sono varie e si ricollegano a un sacco di luoghi comuni, o questioni delicate, e anche qui dipende dai contesti, legate al cinema italiano. La prima – e che però è anche il filo conduttore emotivo e psicologico di tutta la questione – è che i giurati del David snobbino il lavoro del regista dal 2003, anno di Ricordati di me che riceve 10 candidature, ma non vince. Da quel momento Muccino dirige 4 film statunitensi – quindi non candidabili, sebbene La ricerca della felicità sia nominato come miglior film straniero – e 4 in patria, questi ultimi con minore clamore rispetto agli esordi come L’ultimo bacio (che vinse 5 premi), ma comunque non ignorati: Baciami ancora vince il premio per la canzone di Jovanotti e prende altre due candidature, A casa tutti bene ne ha 4 e vince il premio assegnato al film col maggior numero di spettatori. Che l’Accademia non ignori Muccino, semmai non giudica i suoi film con il calore di un tempo, come accade a tanti autori, lo dimostrano due premi speciali proposti dall’Accademia stessa: quello del 2008, «per i suoi successi negli Stati Uniti come autore e regista», e quello del 2015, «per la regia del film Padri e figlie».


Il cast di A casa tutti bene (2019) sul palco insieme a Gabriele Muccino (al centro) per ritirare il David dello Spettatore

Evidentemente quei premi speciali a Muccino non stanno bene e infatti proprio nell’anno di quel secondo David speciale (per dire, Fellini ne ebbe solo uno, alla carriera, nel 1984) i suoi social scalpitano contro l’Accademia che quei premi assegna, come riporta AdnKronos: «Ieri sera ho ritirato un David Speciale. Ma perché Speciale? Non ricevo candidature dal 2003 quando per Ricordati di me, su 13, ne vinsi 0. La Giuria dei David non considerò i miei primi 2 film americani nemmeno candidabili nella cinquina dei film stranieri». Al di là della bugia, o dimenticanza, dell’ultima frase, emerge un problema di egomania evidente: i David devono premiare i suoi film, devono candidarlo come hanno fatto nei primi anni della sua carriera, altrimenti non sono credibili. Le giurie sono – parole dello stesso Muccino nel corso di tweet e interviste raccolte negli anni – “lobby” oppure conventicole clientelari del cinema romano-centrico, robba de’ famijia, si potrebbe dire. Eppure quella famijia andava bene quando Gabriele era al centro del tavolo, quelle conventicole erano rispettabili quando lo premiavano e nominavano, ed erano le stesse che poi lo hanno dimenticato, le stesse contro cui si è scagliato, visto che la presidenza di Gian Luigi Rondi, eminenza grigia che al parere di Muccino teneva molto, è durata 35 anni e non ci sono stati poi grandi rivolgimenti in termini di sistema di votazione, trasparenza e composizione della giuria, come invece accaduto nel 2019, sotto la presidenza di Piera Detassis, al quale non a caso Muccino rivolge complimenti e lodi. L’Accademia e i giurati sono gente di cui non ci si può fidare, come ribadito in alcune interviste e col supporto di colleghi anche loro “trombati” dall’Accademia, ma i loro presidenti no, anzi, sono bravi: «Un saluto rispettoso va però al Presidente e Direttore Piera Detassis che sta cercando di risolvere con tutta se stessa gli enormi problemi ereditati da anni di clientelismo in cui addirittura i defunti votavano… Viva allora il cinema italiano, quello vivo».

Perché il rispetto verso i potenti non può venire meno, chi dirige un’Accademia va rispettato, i suoi membri non necessariamente, così lo stesso Muccino può scagliarsi impunemente contro i più giovani della compagnia: la sera stessa dell’annuncio, Muccino twitta: «Sto provando a guardare da stamattina Favolacce. Non lo sono ancora riuscito a finire. Sarò poco intelligente o cinefilo per comprenderne la grandezza?». Se la prende con il film dei gemelli D’Innocenzo (classe 1988, 31 anni), non con i due film che hanno il maggior numero di candidature, ovvero Volevo nascondermi di Giorgio Diritti (62 anni) o Hammamet di Gianni Amelio (76 anni), un po’ perché probabilmente è il favorito, un po’ perché mica te la vorrai prendere coi decani, specie Amelio che è uno che non te le manda certo a dire. Il torto di Favolacce è, a detta di Muccino, di essere “deprimente”: legittimo, così come che lui dica la sua su un film che non gli piace, come facciamo tutti del resto, lui stesso rivendica la possibilità di dirlo in un tweet successivo. Solo che non ci ricordiamo, a memoria di social, un altro tweet in cui parlasse male di un film, soprattutto il tempismo ne tradisce l’ossessiva auto-referenzialità: quel film, che forse vincerà il David dopo aver vinto 5 Nastri d’argento e l’Orso d’oro per la miglior sceneggiatura a Berlino, vincerà nell’anno in cui Muccino sarebbe dovuto risorgere agli occhi dell’Accademia. «Diciamocelo, cari Giurati del David: questa ennesima volta, l’avete fatta grossa. A perdere non sono io, ma la vostra credibilità, smarrita peraltro da tempo», tuona il regista, che vede nella mancanza delle sue candidature il segno di una decadenza culturale.



Muccino poi cerca di fare un discorso storico e culturale a sostegno della sua tesi, per dimostrare che non sta rosicando ma sta ragionando sullo status dell’industria cinematografica: il David è diventato negli ultimi anni – provo a fare un’ipotesi, 18 anni – un premio indegno del passato perché non premia i film amati dal pubblico, perché è una gara tra film sconosciuti alla maggior parte del pubblico che in questo modo allontanerebbe il pubblico dalle sale, film che non sono dalla parte dello spettatore. Andando a curiosare tra i film che hanno vinto il David al miglior film negli ultimi anni: Il traditore di Bellocchio ha incassato 4,6 milioni, Dogman di Garrone 2,6, Ammore e malavita dei Manetti Bros. 1,3 (ed era il più popolare di tutti come genere e approccio), La pazza gioia di Virzì 6, Perfetti sconosciuti di Genovese 17,4 e si potrebbe salire arrivando fino a Gomorra di Garrone che ne ha incassati 50 nel mondo, di cui più di 10 in Italia o La finestra di fronte che proprio nel 2003 batté Muccino anche al box-office (10,5 milioni contro 10,2). Sono film popolari per tipologia di racconto e linguaggio cinematografico, oltre che per incasso, quindi non proprio i film “radical-snob” che denuncia Muccino; ma poi, se anche fosse? Il compito di un premio è certificare l’esistente, doppiare il consenso commerciale di un film? Esistono già i Biglietti d’oro dell’ANEC e il David dello spettatore, ma in ogni caso Neri Parenti con i suoi cinepanettoni o Gennaro Nunziante con Checco Zalone dovrebbe avere il doppio dei premi vinti da Muccino, dovrebbe avere più David di Fellini e Visconti messi insieme. Che a guardare meglio, alla faccia del premio per cinefili astrusi, quest’anno Tolo tolo ha 3 nomination – come il film di Muccino – tra cui quella per il miglior regista esordiente.

Ma Muccino insiste nel cercare appigli nella storia del cinema italiano, inventa un passato in cui De Sica incassava come Zalone ed equipara il pubblico e l’industria di 50 anni fa a quella di oggi senza fare distinguo di contesto e storia, si butta contro il politicamente corretto (che di solito è uno degli ultimi approdi di chi non ha più frecce) per giustificare le proprie intemerate e riesuma gli scontri tra Gassmann e Bene, Visconti e Fellini, Moretti e Monicelli, quando il suo scontro è contro nessuno perché su Twitter ha fatto tutto da solo e l’unica risposta dei D’Innocenzo quasi gli dà ragione. Insomma per Muccino l’arte cinematografica deve, non può ma deve, essere popolare, con buona pace della storia del cinema, di quei film e autori che all’epoca finirono nel dimenticatoio ma oggi sono pietre miliari (per esempio, Rossellini). La crociata finisce per ora con un annuncio: «Sto meditando di uscire dall’Accademia dei David di Donatello come giurato e non presentare mai più in futuro i miei film in gara. Mi tiro fuori con amarezza, non certo invidia, per aver adorato il NOSTRO cinema più nobile e vederlo ridotto ad una schermaglia tra film minori, ignorati e /o sopravvalutati. Mi dispiace anche per il pubblico che ha perso interesse assistendo a gare tra film sconosciuti». È il primo tweet realmente concreto e coraggioso: anziché lagnarsi, meglio non giocare più a un gioco che si reputa falsato, ammesso che la minaccia abbia un effettivo seguito.

Al di là della completa mancanza di educazione nei confronti dei colleghi e del narcisismo di fondo, resta quindi l’ostinazione a raccontarsi come regista “scomodo” all’interno di un sistema, inviso all’Accademia ma amato dal pubblico, paladino del cinema bello e buono contro il cinema piccolo, cattivo, incomprensibile dallo spettatore. Come possa considerarsi scomodo un regista che gira produzioni ad alto budget per le più grandi major italiane è un mistero, a meno che non pretenda di essere il centro del mondo cinematografico, il cui stato di salute dipende dal fatto di premiarlo o no. Gli incassi lauti non bastano, il fatto che continui a lavorare ad alti livelli nemmeno, devono dirgli che è il più bravo, sennò non capiscono nulla. Uscendo dall’ego del regista, arriviamo quindi alla questione più ampia: ciò che Muccino dice del cinema italiano è vero? Ok, sbaglia nel metodo e nel merito per quanto riguarda la crociata contro i David, ma le sue idee sul cinema italiano e l’Accademia che lo premia hanno un senso?


La gioia sul volto di Carlo Conti durante il discorso di accettazione del David dello Spettatore 2019 da parte di Gabriele Muccino, che ha parlo sul palco per quattro minuti

Il dato che queste idee vengano fuori sempre quando si tratta del suo narcisismo non depone a suo favore, ma una parte della stampa e dell’opinione pubblica sembra sostenerlo, quel tipo di luoghi comuni populisti hanno sempre grossa presa e aiutano a fare un po’ di rumore, ad agitare acque spesso troppo calme e paludose. In molti sono rinfrancati dalla mancanza di “correttezza politica” (di nuovo) delle sue affermazioni e dell’aver stimolato dibattiti pubblici – mezzo stampa o social – sul senso dei premi cinematografici e dei festival: a cosa servono? A chi servono? Aiutano i film a essere visti o distribuiti? Chi devono premiare? Se si premiano gli stessi, diventa una questione di caste chiuse – ma i dati dimostrano il contrario, almeno tra i registi, basta cercare su Wikipedia –, se invece si cerca di ampliare la platea dei nominati, gli esclusi insorgono. Un dibattito a cui si sono affrettati a partecipare quei registi insoddisfatti dalle esclusioni dei loro film e che quindi pensano che i film non dovrebbero gareggiare – ma che si offendono se un festival mette i loro film fuori concorso – creando un gustoso paradosso: i premi sono inutili perché non premiano il merito, ma al tempo stesso mi offendo se non faccio parte di quei premi.

Per concludere, quindi, come si può prendere sul serio un discorso che nasce dallo sbraitare di un escluso e gira solo intorno a quel risentimento? Ci provo: i premi non servono a dire della qualità di un film, mi pare quasi lapalissiano, lamentarsene è un gesto talmente velleitario che può servire solo a riempire qualche tweet o un paio di interviste. I premi sono un gioco all’interno di un sistema culturale, subiscono l’aria del tempo, le contingenze e i contesti, dati cause e pretesti, aiutano qualche carriera e qualche ego, di rado gli incassi, molto i finanziamenti pubblici. Se possono essere utili a scoprire film o registi sconosciuti ben vengano, se servono a ripetere ciò che il pubblico già sa sono più sterili di quanto non siano già. Farne una battaglia culturale è un gesto ipocrita: se non si è in grado di accettare un verdetto, si eviti di partecipare alla gara. Sicuramente non sarà premiando Muccino o riformando i premi dell’Accademia che l’industria cinematografica italiana uscirà dallo stagno in cui si trova, volente o nolente, da un bel po’.