Daft Punk, un epilogo cinematografico

Due figure robotiche camminano nel deserto, ma presto uno dei due rallenta fino a fermarsi mentre l’altro prosegue. Dopo un po’, anche l’altro si ferma, si gira e vede il primo immobile, torna in dietro. Il prima si spoglia della giacca ed espone il suo corpo completamente nero all’altro. I due si suppone si guardino attraverso i loro caschi. Il primo si gira e mostra una specie di timer. La loro immobilità e i primi piani comunicano la tensione tra di loro. Il secondo imposta un timer di un minuto. Il primo comincia a camminare per allontanarsi. Passa un minuto, la figura esplode e sul campo lunghissimo del deserto, nel quale l’altro si avvierà verso il sole, comincia a salire la musica, un coro, il primo suono che finora si è sentito, a parte l’esplosione. “If love is the answer, you’re home” e una sorta di logo con le mani delle due figure congiunte, a forma di triangolo: 1993-2001. Come un messaggio funebre.
A “morire” sono i Daft Punk, che con questo bellissimo video di otto minuti dal titolo Epilogue hanno annunciato il proprio addio alle scene, almeno sotto questa forma artistica e iconografica, almeno per quanto riguarda i due robot che dal 1999 incarnano Thomas Bangalter (il robot che esplode) e Guy-Manuel de Homem-Christo (quello che se ne va). Per comunicare la loro dissoluzione non hanno scelto un comunicato, un video sui social network, una clip musicale. Hanno scelto il cinema. Hanno scelto per la precisione la sequenza che precede il finale di Electroma, l’unico lungometraggio di cui firmano anche la regia e anche uno dei più incredibili film del nuovo millennio (disponibile su YouTube).



Il film del 2006 era uno degli strumenti di promozione e approfondimento del loro disco dell’epoca, Human After All, un disco radicale nella forma melodica quasi assente, nella scelta di campionamenti e ripetizioni estenuate, nel trattamento elettronica di musica pop e rock a cui togliere ogni appeal accattivante se non il ritmo. Un disco controverso, creato per togliersi di dosso etichette sgradevoli (il contrasto con i più tosti Chemical Brothers), all’epoca contestato e giustamente, oggi, quasi venerato. Quel film, all’epoca introvabile dopo le presentazioni in giro per i festival, anch’esse poco celebrate, è divenuto un piccolo oggetto di culto, scoperto o riscoperto in questi giorni nei quali Epilogue è stato diffuso ovunque. Un film che è la summa del loro pensiero e del modo di veicolarlo in immagini.
Electroma (o per corretta nomenclatura, Daft Punk’s Electroma) racconta di queste due figure cibernetiche, robot neri con caschi e cromature tra l’oro e l’argento, che sembrano “nascere” da una grotta nel mezzo del deserto e vagano in cerca di qualcuno o qualcosa che possa renderli umani. Non riuscendoci opteranno per il suicidio: uno facendosi esplodere, come visto, l’altro dandosi fuoco nella notte. «Due robot che cercano di sbarazzarsi per mezzo del suicidio delle loro vesti», lo sintetizzò un critico francese: il film racconta il modo artificiale con cui gli stessi Daft Punk si sono costruiti un’icona (Icons After All è il titolo di un saggio di Marco Braggion sul duo, pubblicato da Odoya) e come fosse impossibile ormai sbarazzarsene o cambiarla; ma siccome anche gli automi dopotutto sono umani, il film cerca di togliere tutto il superfluo dall’immagine per giungere all’essenza, alla radice del cinema: l’uomo, il cuore, il sentimento. Appunto: se l’amore è la risposta, sei a casa, come dice Touch, il brano che chiude Epilogue e che nel film originale non c’è (facendo parte di Random Access Memories, di sette anni successivo). Al suo posto c’è il silenzio, mentre l’esplosione è commentata da un preludio di Chopin.


Il vuoto e il pieno sono i due estremi teorici che hanno dato forma all’immaginario sonoro e visivo dei Daft Punk


Il confronto tra queste due versioni è interessante: se il film gioca in sottrazione fino ad astrarsi, quel brano è il più complesso della produzione del gruppo, il più ricco con 260 elementi sonori da mixare. Il vuoto e il pieno sono i due estremi teorici che hanno dato forma all’immaginario sonoro e visivo dei Daft Punk da quando hanno preso in mano l’intera direzione artistica delle loro opere, da quando la loro icona è diventata non solo un veicolo pubblicitario (sono rarissime le immagini dei due senza casco e divisa), ma soprattutto comunicativo, costruendo attraverso icone, videoclip e opere cinematografiche un sistema di immagini e un immaginario che è ovviamente la rimodulazione di altri immaginari, come la colonna sonora di Electroma, interamente composta di brani altrui. Il film è l’apoteosi del vuoto, dello spazio puro in cui figure non-umane o post-umane entrano e cercano di occuparlo, della geometria della natura e di quella dell’uomo – o di un suo surrogato – che si confrontano e si scontrano. Nella sequenza centrale del film, subito prima della sconfitta dei due robot e durante una delle lunghissime camminate che lega il film, appare un luogo misterioso, di fortissimo contrasto bianco e nero, da cui la macchina da presa esce lentamente, una stanza tecnologica che è probabilmente l’antro da cui i robot sono nati, da cui i Daft Punk sono nati: il bianco e il nero, la presenza di tutti i colori e la loro totale assenza, il pieno e il vuoto.


Il punto di svolta avvenne con Around the World, diretto da Michel Gondry, brano e video fecero di loro il punto di riferimento dell’intera scena elettronica


Raggiunta questa vetta teorica, il percorso successivo del duo non potrà che essere conseguente: i robot hanno abbandonato la loro “identità” e ne hanno assunta un’altra, forse molte altre, hanno composto un disco pop per tutti, di pura musica elettronica da discoteca e radio, hanno collaborato con divi come Pharrell Williams e The Weeknd, dato musica e immagine alle passerelle della moda. Fino a spegnersi, di nuovo, chissà se per sempre. Eppure in questi 27 anni di attività il cinema, e più nuclearmente l’immagine, è sempre stato un elemento preziosissimo della loro attività multi-mediale, fin dai videoclip: già i primi della loro carriera avevano una costruzione più filmica che video, basti pensare al geniale Revolution 909 diretto da Roman Coppola e a come contrapponeva una party illegale e i poliziotti che dovevano farlo finire attraverso la preparazione di un piatto di pasta al sugo. Ovviamente il punto di svolta avvenne con Around the World, diretto dal regista di Se mi lasci ti cancello Michel Gondry, brano e video che fecero di loro il punto di riferimento dell’intera scena elettronica, facendogli superare quel confine: il video è un susseguirsi di geometrie visive generate dalla scenografia, dagli effetti luministici, dai movimenti dei ballerini che ne fanno un esemplare di cinema già astratto al servizio di un pezzo perfetto per orecchiabilità e costruzione sonora.


Interstella 5555, film d’animazione girato per il lancio di Discovery, diretto da Matsumoto Leiji e scritto da Cedric Hervet insieme ai Daft Punk

Il secondo album, Discovery, assume già definitivamente il ruolo di elemento all’interno di un discorso artistico più strutturato e cross-mediale, tanto che i singoli videoclip sono in realtà estratti di un lungometraggio, Interstella 5555, film animato diretto da Matsumoto Leiji (creatore di Capitan Harlock e Galaxy Express 999) e dal suo team e scritto da Bangalter e de Homem-Christo assieme a Cedric Hervet. Il film racconta – come Electroma – una storia di identità, costruzione del sé e di come il mondo che ci circonda, sempre meno umano e sempre più post-umano, lavori per deviare il percorso di detta costruzione. È un film complementare al successivo, anch’esso senza dialoghi, ma stavolta “pieno”: di svolte di trama e narrazione, di colori, di ritmo, di musica firmata Daft Punk e anche di speranza. Un concept-album che diventa un film musicale.


In Electroma ci sono i semi di Gerry di Gus Van Sant per il ruolo del deserto, c’è The Brown Bunny di Vincent Gallo per le peregrinazioni e i tempi dilatati, c’è il cinema contemplativo di Tsai Ming-Liang


Il processo per dare vita a immagini proprie e personali è però più frutto di un’epifania, perché i quattro video prodotti dal duo e tratti da Human After All non sembrano i semi da cui fiorirà Electroma, ma esercizi di stile sull’estetica video e tv a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, tra split screen, sgranature e effetti desueti. I semi che daranno vita a quel film saranno ben altri: Gerry di Gus Van Sant per il ruolo del deserto, The Brown Bunny di Vincent Gallo per le peregrinazioni e i tempi dilatati, il cinema contemplativo di Tsai Ming-Liang che ci piace pensare abbia ricambiato l’ispirazione con Journey to the West, mediometraggio del 2014 in cui un monaco buddista cammina lentamente per lunghi periodi, ripreso spesso in tempo reale, percorrendo brevi itinerari in tempi lunghissimi. I Daft Punk hanno raggiunto il punto di non ritorno della loro arte affrontando di petto il cinema d’avanguardia, una sommessa epica post-umana attraverso le possibilità visive e sonore del post-cinema, del film che diventa anche performance e installazione. Per questo, la scelta di quella sequenza come epilogo di una carriera formidabile è coerente e soprattutto commovente.


Un fotogramma di Eden di Mia Hansen-Løve (2014)

È un addio che però è l’opposto di un oblio: i Daft Punk hanno fatto ballare milioni di ragazzi, hanno influenzato decine di artisti e hanno reso la musica elettronica qualcosa di più e di diverso da un fenomeno danzereccio o sotto-culturale. Credo sia giusto quindi chiudere questo pezzo, partito da un epilogo, con un prologo: nel 2014, Mia Hansen-Løve ha realizzato Eden, film dedicato alla scena elettronica francese in cui raccontava in modo intimo e sentito la nascita della French House, ispirandosi tra gli altri ai Daft Punk. Il film è il racconto di quel mondo, ma soprattutto è l’educazione sentimentale di chi quella musica l’ha creata, con un occhio al quotidiano, al respiro della vita che corre parallelo a quello dell’arte. È un film che più di ogni altra cosa entra a contatto con la dimensione collettiva dell’arte dei Daft Punk, che mostra lo scarto tra la capacità di coinvolgere le persone, di accompagnarne le emozioni e una società che invece da quelle emozioni cerca di fuggire (non è questo, in fin dei conti, il dramma dei personaggi semi-umani del duo?), uno scarto evidente in due sequenze complementari: quando i due musicisti entrano in un club, il cui buttafuori li aveva respinti senza riconoscerli, e vedono una disc-jockey intenta a suonare Da Funk, la loro prima hit, e quando invece, Veridis quo segna la veglia funebre dopo il funerale di uno dei personaggi. La vita e la morte segnate dal senso “festivo” e rituale della musica: se l’annuncio del loro scioglimento ci ha lasciato orfani, questo film è capace di raccontare il contesto culturale ed emotivo in cui tutto è nato, permettendo allo spirito del duo e ai suoi fan di tornare per un po’ a casa, dove l’amore, la musica e il cinema sono sempre la risposta.