Contro (e dentro) la borghesia

I destini di due famiglie romane che s’intrecciano quando il giovane Federico Pavone compra una bomba e un porto d’armi da Claudio Vismara, losco proprietario di un’armeria. Nessuno dei due però sa che a salvare la vita dell’anziana madre di Claudio, investita da un autoveicolo, è stato proprio il padre di Federico, Pierpaolo. E Claudio ignora che Federico, a cui deve dare una lezione seguendo gli ordini del boss Flavio, suo zio, è strettamente imparentato con Pierpaolo. Lo scopre solo al momento dell’agguato, quando deve decidere se premere il grilletto.


I predatori, esordio nel lungometraggio di Pietro Castellitto, che l’ha scritto e diretto, mette in luce già degli aspetti interessanti, a partire dalla scelta di dirigere se stesso


Nessuno può prevedere con certezza come proseguirà la carriera da regista di Pietro Castellitto. Ciononostante I predatori, il suo esordio nel lungometraggio, scritto interamente da Castellitto, mette in luce già degli aspetti interessanti che meritano un piccolo approfondimento, a partire dalla scelta di dirigere se stesso. Niente di unico, sia chiaro, ma i registi-attori nel cinema italiano contemporaneo non abbondano. La generazione dei cosiddetti “malincomici” di Carlo Verdone e Massimo Troisi è ormai lontana. La commedia all’italiana, che è entrata nella storia del cinema anche grazie alla “divisione del lavoro” tra eccellenti registi, sceneggiatori e interpreti, è morta da un pezzo. E Nanni Moretti ha assunto gradualmente nel tempo un profilo autoriale marcato, da grande regista del cinema europeo, svincolandosi da quell’onnipresenza davanti alla macchina da presa che inizialmente prestava il fianco alle critiche dei detrattori e che nei primi film era tutt’uno con un’orgogliosa povertà delle immagini.

Nel panorama del cinema italiano di oggi, dunque, Pietro Castellitto sembra quasi un corpo estraneo. Messo a confronto con i drammi dei fratelli D’Innocenzo, appartenenti alla stessa generazione e amici di Castellitto, I predatori si distingue per un maggiore autobiografismo. Federico Pavone, il personaggio interpretato da Castellitto stesso, ha in comune molto con il suo autore: dalla passione per Nietzsche al desiderio di stupire e provocare, fino alla sorte non proprio comune di chi ha almeno uno dei genitori che fa il regista cinematografico. Infatti, se il padre di Federico, Pierpaolo, è un medico, la madre Ludovica Pensa è proprio una regista. Il punto non è capire quanto di ciò che vivono gli altoborghesi Pavone nella finzione narrativa corrisponda a un vissuto reale di Pietro Castellitto e della sua famiglia. La questione è riconoscere a Castellitto, inevitabilmente, gradi diversi di autorevolezza a seconda che la sua cinepresa impietosa si posi sui Pavone oppure sui Vismara – dichiaratamente neofascisti, coatti, coinvolti in traffici poco leciti – che solo in apparenza ne rappresentano la nemesi. Se la satira di Castellitto va facilmente a segno quando si tratta di fustigare le debolezze dei Pavone, perché quello è il mondo che conosce bene, l’ambiguità del punto di vista da cui sono raccontati i Vismara rende problematica la definizione di film “antiborghese” ma “non antifascista” con cui Castellitto stesso in più di un’intervista ha descritto I predatori.


Una versione alternativa dell’ultima cena dal set de I predatori (2020) di Sergio Castellitto

Da un lato, così, abbiamo, solo per fare degli esempi: un set cinematografico verosimilmente cinico, dove la regista, Ludovica, pretende a tutti i costi la presenza di un attore, anche se ha appena rischiato di morire impiccato perché gli si è rotta l’imbracatura; un bizzarro professore universitario di antropologia, crudele nei confronti del rabbioso dottorando Federico, il quale non esita a vendicarsi del barone facendo saltare in aria la tomba di Nietzsche che l’accademico voleva riesumare; un medico già sposato, Pierpaolo, che se la fa con la ragazza di un collega, Bruno, per poi accompagnarlo disinvoltamente e amichevolmente in amene attività come la caccia al cinghiale. Dall’altro lato, tra croci celtiche sui tavoli da ping pong e bandiere con l’aquila romana, mostrati come simboli desueti di un innocuo folklore, c’è un dodicenne, Cesare, a cui il padre Claudio insegna a sparare, abilità che tornerà utile verso la fine del film; una famiglia al capezzale della matriarca in ospedale, unita come i Pavone nel film non riescono mai ad essere; un capofamiglia, sempre Claudio, con cui lo spettatore è portato a empatizzare e che lotta per liberarsi dalla schiavitù dello zio malavitoso.


È rarissimo, negli ultimi anni, trovare nel cinema italiano opere che si smarchino dalla legge non scritta del (po)verismo stilistico tipico del dominante “cinema delle periferie”, romane o napoletane che siano


Non che Castellitto debba essere costretto a girare solo film su famiglie della Roma bene, eppure sembra che, anche in vista del prosieguo della sua filmografia, sia proprio l’essere un borghese che racconta i borghesi il suo punto di forza. È rarissimo, negli ultimi anni, trovare nel cinema italiano opere che abbiano per protagonisti personaggi benestanti: insieme al sorprendente Enrico Iannaccone de La buona uscita e all’ingiustamente bistrattato Paolo Sorrentino, forse solo Luca Guadagnino si è smarcato sin dall’inizio, con il suo eclettismo, dalla legge non scritta del (po)verismo stilistico e, in qualche caso, di contenuti, tipico del dominante “cinema delle periferie”, romane o napoletane che siano (☛ L’occhio della periferia). Ben venga, quindi, Castellitto, quando riporta sul grande schermo crucci e difetti dei ricchi. I predatori probabilmente scontenta i paladini tricolore delle sceneggiature scritte con il bilancino delle quote riservate alle minoranze discriminate, ma sicuramente contribuisce all’eterogeneità del nostro cinema.



Le cose si complicano quando questa parzialità di sguardo, questa variazione della distanza dall’oggetto della narrazione, si fa miopia e diventa il presupposto per una raffigurazione discutibile dei protagonisti, i Vismara, finendo per incoraggiare la retorica dei “fascisti buoni”, in una nazione dove metà della popolazione continua a votare per forze politiche pericolosamente reazionarie. Questo elemento di anticonformismo nello script di Castellitto, rispetto all’omologazione dei soggetti prevedibilissimi portati sul grande schermo di recente da parecchi registi italiani, anche quando ideologicamente benintenzionati, è influenzato senza dubbio dalle esperienze di vita del nonno materno Carlo Mazzantini, combattente e intellettuale militante di estrema destra. I predatori sarebbe, però, più convincente se la struttura del racconto fosse meno rapsodica, in modo tale da esplorare insieme agli spettatori la psicologia di questi fan di Mussolini. Quella dell’approfondimento psicologico, o perlomeno del suo tentativo, è la lezione principale che Castellitto avrebbe dovuto imparare dal realismo suburbano, semidocumentaristico o no, che caratterizza il cinema italiano degli ultimi due decenni. Per il resto, il grottesco de I predatori, con improvvise ed azzeccate esplosioni di comicità, funziona molto bene nel ritmo del montaggio, nella direzione degli attori. C’è la cura degli aspetti tecnici e formali, di messa in scena, mentre l’ironia non è supportata da una visione del mondo precisa e rigorosa, com’era quella di Marco Ferreri, tanto per scomodare un vero maestro. Una weltanschauung che avrebbe potuto trovare espressione nel tratteggio più minuzioso dei personaggi a cui si accennava sopra.

È come se le ambizioni evidenti di Castellitto e la sua sincera urgenza espressiva fossero poco coerenti con il “centrismo” cattivo, da satira un po’ qualunquista, del film, adatto piuttosto a commedie pure e di cassetta come quelle dei Vanzina o di Checco Zalone, che in più di un’occasione sono stati efficaci nel deridere una certa piccola e grande borghesia italica. A questo punto, è anche un affare di corpi comici, di come Castellitto adopera i suoi attori. L’interpretazione dello stand-up comedian Giorgio Montanini nel ruolo di Claudio è ammirevole per la sua misura, però il naturalismo della sua recitazione esclude la deflagrazione del corpo comico fuori controllo, un’anarchia dei gesti che è presente nei film balneari o natalizi dei campioni d’incassi succitati e che sarebbe stato più logico aspettarsi da quest’opera prima non schierata apertamente e quindi intenzionalmente (nietzschianamente?) nichilista.



I predatori rimane a metà del guado e spreca la libertà del non avere un posizione precisa e manichea. È un film “middle-of-the-road”, né antifascista, anzi tenero con i Vismara, ma neppure esplicitamente destrorso. Come se inneggiare al Duce nel 2020 fosse solo ridicolo, una nota di costume, alla stregua di un tatuaggio cafone. Si parva licet, l’impressione è che la benevolenza di Castellitto verso i Vismara derivi indirettamente dalle posizioni (da contestualizzare con attenzione nella storia della nostra nazione e del Pci) assunte dal Pasolini cantore degli umili, simpatizzante dei poliziotti figli dei poveri contro i giovani sessantottini figli di papà. Invece il magistero di Claudio Caligari, regista attualissimo nella sua lettura lucida della società dei consumi, non attecchisce particolarmente ne I predatori: l’unico a far uso di droga nel film (la cocaina pippata con una banconota da cinquanta euro) è il padre di Federico Pierpaolo, mentre i neofascisti, grigliate a parte, appaiono quasi straight edge.


Un borghese come Pietro Castellitto può girare un film davvero antiborghese? Oppure può solo comunicare al mondo il proprio disagio nei confronti della cara, vecchia famiglia?


Tornando a Pasolini, il problema è che non possiamo avere l’arroganza di sapere se gli sarebbero piaciuti i Vismara. Non possiamo pronunciarci, possiamo ipotizzare per divertimento che forse avrebbe ritrovato in loro detestabili atteggiamenti piccoloborghesi, che avrebbe auspicato di vedere uno spin-off sul vero sottoproletario del film di Castellitto, cioè il domestico Jerry, ma sappiamo per certo che non avrebbe avuto pietà di Pierpaolo (nome che omaggia proprio il poeta?), di Ludovica, Federico e dei loro simili. Quanta pietà prova Castellitto per i Pavone? Quanto è antiborghese I predatori? Un borghese può girare un film davvero antiborghese? Oppure può solo comunicare al mondo il proprio disagio nei confronti della cara, vecchia famiglia? Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio hanno già risposto più di mezzo secolo fa.



In collaborazione con la rivista Mediacritica