Come le emoji uccidono la lingua

Mail di lavoro, chat private, post su più di un social network: ogni giorno leggiamo una quantità di testi scritti, molto più che in passato. E se è vero che leggiamo in modo frammentario, che la nostra attenzione è di 8 secondi – sollecitati come siamo da un’infinità di stimoli – sicuramente ci passano sotto gli occhi più parole di quanto sia mai accaduto nella storia dell’uomo. Ma la galassia dei segni che quotidianamente interpretiamo non è solo quella alfabetica, assieme alle parole – e spesso in sostituzione a esse – troviamo una serie di segni grafici, di anno in anno sempre più raffinati e “disegnati”, che velocizzano ulteriormente la nostra comunicazione: le onnipresenti emoji.

Non ci sarebbe nulla di strano: è normale per una civiltà sviluppare nuovi segni, che modificano la comunicazione e servono a interpretare una realtà mutata. Le emoji non sono nient’altro che pittogrammi dell’era digitale: veicolano emozioni, stati d’animo, indicano in maniere fulminea referenti – che sia un treno, lo skyline di Parigi, una matita o una palla da biliardo – che sarebbe più complesso, e meno economico, designare a parole. La stessa parola emoji deriva dall’unione, in giapponese, dei segni “e” (immagine) + “mo” (scrittura) + “ji” (carattere), e significa proprio pittogramma, ma se il linguaggio alfabetico è frutto di una stratificazione secolare, lo stesso non si può dire per il linguaggio delle emoji. Non tanto perché affermatosi in una manciata di decenni, ma per la sua natura intrinseca e per i canali in cui esso è veicolato.


Le emoji non sono nient’altro che pittogrammi dell’era digitale. La stessa parola emoji deriva dall’unione, in giapponese, dei segni “e” (immagine) + “mo” (scrittura) + “ji” (carattere) e significa proprio pittogramma


Andiamo con ordine: in principio erano le emoticon, quella serie di segni grammaticali – parentesi, trattini, punti – accostati e risemantizzati per formare una gamma di espressioni facciali. La paternità delle emoticon si deve all’informatico Scott Fahlman che  nel 1982, all’università di Carnegie Mellon in Pennsylvania, suggerì di utilizzare all’interno delle mail interne del dipartimento le faccine  : – ) e : – ( per suggerire il tono positivo e negativo di ciascuna comunicazione. Successivamente le emoticon, con lo sviluppo della comunicazione digitale, si sono moltiplicate e diffuse in tutto il mondo e su tutti i dispositivi. Cellulari, computer, tablet: le emoticon sono state un ampliamento delle possibilità espressive della comunicazione scritta.

Nel 1997 la compagnia telefonica giapponese Softbank formalizza il primo gruppo di emoji, la traduzione in un unico simbolo di ciascuna emoticon, nel 1999 un set di emoji viene reso disponibile, sempre in Giappone, dall’operatore telefonico NTT docomo. In Occidente l’esplosione delle emoji avviene nel 2008, quando Apple incorpora il linguaggio nella prima serie di Iphone. La crescita poi è esponenziale con la diffusione della app di messaggistica istantanea come Whatsapp e Telegram che fanno delle emoji uno dei capisaldi del ventaglio comunicativo.


La frequenza di utilizzo delle emoji in un diagramma a torta dell’Unicode Consortium

Nel 2015 L’Oxford Dictionary elegge la proverbiale emoji della risata sguaiata come parola dell’anno. L’Unicode Consortium, l’ente no profit riconosciuto come archivio ufficiale delle emoji, ha registrato 1600 emoji valide ( UnicodeConsortium: full emoji list). C’è un sito – Emojitracker, a prima vista abbastanza confuso – che monitora in tempo reale l’uso delle emoji su Twitter ( emojitracker: realtime emoji use on twitter); inutile dire che la più usata è la faccina di cui sopra. Nel 2017 alle emoji è stato addirittura dedicato un film – Emoji Accendi le emozioni o The Emoji Movie in originale, disastroso al botteghino e ora disponibile su Netflix – che parla di un’emoji capace di cambiare espressione e quindi trattata come un “errore di sistema”.

Comunicare le emozioni è una funzione privilegiata del linguaggio emoji: innegabile che usiamo le emoji principalmente per segnalare stati d’animo, dalla tristezza alla rabbia, passando per la gioia e l’amore. Le emoji si sono insinuate di prepotenza nel nostro vocabolario sentimentale e, di fatto, lo hanno modificato. Se ogni linguaggio è espressione del mondo, allo stesso tempo è vero che anche il mondo è influenzato, o modellato, dal linguaggio adottato. Per un certo periodo, volente o nolente, le emoji sono state razziste e omofobe. Prima del 2016 non era possibile scegliere il colore della pelle nelle emoji che rappresentavano soggetti umani, tutti invariabilmente caucasici. Allo stesso modo non erano raffigurate coppie al di fuori di quella etero, e solo nel 2020 avremo le emoji di coppie sia multigenere che multiculturali ( Nel 2019 arriveranno le emoji con coppie multiculturali).


Il personaggio Smiler mostra le altre emoji nel film Emoji Accendi le emozioni (2017)

Il tardivo ma necessario adeguamento è una storia a lieto fine, ma evidenzia un nodo fondamentale della questione emoji. Non sono i parlanti ad avere padronanza di un linguaggio di cui fruiscono e che adoperano quotidianamente. Se le emoticon erano una serie di segni grammaticali messi insieme a formare dei disegni – quindi passibili di qualsiasi cambiamento e modifica da parte del parlante – le emoji sono segni statici, calati dall’alto. I significanti di questo linguaggio, i pittogrammi che chiamiamo emoji, sono ideati e modellati da entità terze che non fanno parte della comunità dei parlanti. Sono di proprietà delle piattaforme, che decidono, ad esempio, di dare all’emoji dell’aereo al forma di un Boeing 747 o al treno quella di un Eurostar.


In poche parole le piattaforme o i colossi digitali – che siano Facebook, Whatsapp o Apple – sono proprietarie non solo dei canali che utilizziamo per comunicare, ma anche di una parte delle nostre possibilità linguistiche


In poche parole le piattaforme o i colossi digitali – che siano Facebook, Whatsapp o Apple – sono proprietarie non solo dei canali che utilizziamo per comunicare, ma anche di una parte delle nostre possibilità linguistiche. Sappiamo bene che il significato di alcune emoji può essere trasfigurato, decodificato in maniera diversa rispetto alla sua destinazione originaria, da una comunità di parlanti. Ad esempio le emoji della pesca e della melanzane vengono spesso interpretate come segni  inerenti alla sfera dell’erotismo. Ma queste minime possibilità di scarto, di ampliamento di un linguaggio precostituito, non va ad intaccare l’ambito dei significanti.Le piattaforme che detengono il dominio delle emoji modellano il mondo in quella porzione di linguaggio, condannano l’utilizzatore a usare quel set di significati –  i referenti di oggetti reali, come casa, coltello, calendario e le emozioni come rabbia, gioia, timore – immutabile, precostituito. Come abbiamo visto, ci sono voluti anni prima che si ampliasse la porzione di mondo descritta dalle emoji al multiculturalismo, ma ciò non è stato frutto di una pratica combinatoria dei simboli ad opera dei parlanti. Si è dovuto aspettare che fossero le varie piattaforme a sviluppare quel tipo di emoji, solo allora – forniti i significanti – l’Unicode Consortium ha potuto riconoscere i significati. Quella porzione di mondo è stata “prodotta” dalle piattaforme che hanno deciso di programmare quelle emoji.


La locandina di Watchmen (2009) di Zack Snyder con lo smiley simbolo del Comico, il personaggio interpretato da Jeffrey Dean Morgan

Anche le reaction di Facebook, aggiunte negli ultimi anni, non sono altro che emoji introdotte per ampliare lo spettro di sentimenti possibili al di là della logica binaria del mi piace/non mi piace. Eppure sono reazioni statiche: generiche espressioni di amore, stupore, ilarità, tristezza o rabbia. Lo zeitgeist di internet le ha immediatamente reinterpretate in modo ironico, e così mettere la sad o la wow reaction assume il medesimo significato: canzonare qualcuno.  Allo stesso modo non si esce dalla logica binaria del like/unlike: i cuori fioccano per ogni post del nostro vip di riferimento – gli stessi cuori che mettiamo su Instagram –, le grr reaction sui post di qualche politico a  noi avverso. Lo spettro delle nostre emozioni è ridotto a cinque azioni, e noi ci conformiamo inconsciamente a questo modo di vivere emotivamente il mondo.

La meccanica delle reaction  esprime a livello macroscopico il problema delle emoji, ovvero che questo linguaggio è incompleto, che ignora intere porzioni del mondo, non le decifra né nel reale, né nello spettro delle emozioni umane. Allo stesso modo è un linguaggio statico, dogmatico, incapace di mutare per volontà della comunità che lo adopera, ma solo grazie alle modifiche di un demiurgo di cui non conosciamo le intenzioni. Occorre dunque, come tutto ciò che concerne la nostra vita online, una maggiore consapevolezza. Affidiamoci pure a tutti i linguaggi che ci vengono proposti, e gioiamo quando ci offrono nuove potenzialità comunicative, ma cerchiamo di distanziarci da essi, di usarli con raziocinio, come strumenti di comunicazione più che di espressione, perché sono le nostre possibilità linguistiche che definiscono la nostra identità. E parlare con una lingua che non governiamo significa essere schiavi dell’identità che ci vuole imporre qualcun altro.