Che cazzo farci con le immagini?

Qualche anno fa, durante un’intervista nella sala interna di un convento lucchese, il grande regista, pittore e videoartista britannico Peter Greenaway mi disse la sua sul rapporto delle persone con le immagini, con il piglio pacato e l’aplomb che lo contraddistingue. «La maggior parte delle persone non sa che cazzo farci con le immagini. Non sa comprenderle, non sa crearle, non sa apprezzarle perché non ha il vocabolario e la sintassi che gli permetta di avere la stessa sofisticatezza che ha con il testo». Era il 2013, e i social e lo streaming erano ancora una novità.

Oggi, oltre agli schermi televisivi e dei computer che per lavoro o per gioco invadono case e uffici di tutti, ci sono i 2,3 miliardi di utenti Facebook – il cui cambio di rotta nelle politiche di visualizzazione favorisce la diffusione di immagini e video – il miliardo di utenti Instagram, l’1,3 miliardi di YouTube e i 139 milioni di Netflix. Film, spot, videoclip, computer, social, smartphone, serie tv, videogiochi, streaming, cartelloni pubblicitari, realtà virtuale. Le immagini ci circondano e sono parte della nostra vita quotidiana, eppure in pochi sono in grado di leggerle davvero. Siamo sempre a parlare di analfabetismo funzionale come fosse la piaga della contemporaneità, ma cosa ce ne facciamo della comprensione del testo se non sappiamo comprendere nemmeno ciò che ci colpisce immediatamente: le fotografie che vediamo, i video che condividiamo, le immagini che colonizzano i nostri occhi? Ancor prima di una grammatica della parola, abbiamo bisogno di una grammatica dello sguardo.


Cosa ce ne facciamo della comprensione del testo se non sappiamo comprendere nemmeno ciò che ci colpisce immediatamente: le fotografie che vediamo, i video che condividiamo, le immagini che colonizzano i nostri occhi?


Siamo immersi in un fiume di immagini che scorre 24, 30, 60 volte al secondo e se non impariamo presto a navigarlo ne verremo sommersi oppure, peggio, verremo trascinati non dove vogliamo andare ma dove il fiume vuole portarci. Succede già adesso con le foto che veicolano le fake news, con i deepfake che invadono il porno, con una sovraesposizione visiva che non riusciamo a controllare e che non abbiamo il tempo di comprendere. Non è infatti soltanto la mole di immagini, ma la loro velocità, l’onnipresenza e la forza del loro impatto che ci impedisce di guardarle lucidamente: lo shock o la sorpresa, lo stupore o il dolore arrivano prima di tutto il resto. L’emotività dell’immagine ci toglie la capacità critica necessaria per governarla.

101 anni fa, nell’aprile del 1918, nasceva il critico francese André Bazin, fondatore dei Cahiers du Cinéma, una delle più grandi riviste di critica cinematografica di sempre, e iniziatore di un nuovo modo di fare critica – e di fare cinema, vista la strada che aprì alla Nouvelle Vague. Una raccolta di suoi scritti si intitola (e si chiede) Che cosa è il cinema? e Bazin risponde attaccando il corpo filmico del suo presente e del suo passato più glorioso: Ėjzenštejn e Chaplin, Von Stroheim e Fellini, Welles e Renoir. Così, senza confini geografici e lessicali, il critico francese si immerge nel linguaggio globale dell’immagine cinematografica cercando di interpretarlo.


Con Duemilauno vogliamo farci la stessa domanda, ma più urgente e forse ancora più ampia. Che cosa sono le immagini? E soprattutto, che cosa sono le immagini oggi?


Con Duemilauno vogliamo farci la stessa domanda, ma più urgente e forse ancora più ampia: Che cosa sono le immagini? E soprattutto, che cosa sono le immagini oggi? Anche noi partiremo dal cinema: Lynch e Dolan, Kubrick e Garrone, Nolan e Cronenberg, Carax e von Trier. Il cinema e l’arte audiovisiva in generale, come ogni arte che succede alle precedenti, ha inglobato i linguaggi che l’hanno preceduta e in quanto cultura di massa è un punto di partenza privilegiato per comprendere il mondo delle immagini tout-court. Partiremo da lì e attaccheremo il corpo del nostro presente: film, spot, videoclip, computer, social, smartphone, serie tv, videogiochi, streaming, cartelloni pubblicitari, realtà virtuale. Entreremo dentro le immagini per navigarle, in rete e poi nel mondo che viviamo. Così, quando le vedremo per strada, sullo schermo del nostro computer o scrollando sul nostro smartphone, potremo provare a capirle davvero.