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Céline Sciamma | La donna che filma le donne

Astri | L’occhio femminile della regista di Ritratto della giovane in fiamme, tra la bande de filles di Diamante nero e la magia a misura di bambina di Petite Maman

La filmografia di Céline Sciamma si conta sulle dita di una mano, cinque film che compongono già un’opera maggiore, cinque film che la impongono come rappresentante di un nuovo cinema d’autore, esigente e pop. A quarantaquattro anni, e quindici anni dopo il suo debutto (Naissance des pieuvres), la regista francese propone altri immaginari, riscrive i miti e sposa un punto di vista che rompe con quello ordinario, facendosi alternativa radiosa. Grazie a lei qualcosa accade nel cinema, lo sposta e lo infiamma anche se indossa il corsetto come Ritratto della giovane in fiamme, che interroga l’assenza delle donne nella creazione e nell’arte. Perché da sempre, l’uomo crea e la donna ispira. Céline Sciamma inventa allora un’isola dove le donne hanno il potere, sono libere, indipendenti, conoscono il loro corpo e lo vivono senza idealizzarlo. Evoca un tempo in cui si aiutavano a vicenda, abortivano o si mettevano al mondo, lontane dagli uomini e prima che gli uomini riprendessero il controllo. Disegna la carta di un nuovo mondo, una cartografia di affetti intimi e di prime volte, che rappresenta la superficie del suo cinema e riconfigura lo spazio e le immagini, invitando al viaggio. Una traversata che comincia idealmente dal film che per potenza drammaturgica e rilievo plastico l’ha rivelata al di là dei confini nazionali ( Qualche giorno fuori dal mondo | Intervista a Céline Sciamma).

Nel 1770, in una piccola isola bretone, isolata dal mondo e dagli uomini, una contessa (Valeria Golino) commissiona a una giovane artista (Noémie Merlant) il ritratto di sua figlia (Adèle Haenel). Héloïse ha perso tragicamente sua sorella, promessa a un aristocratico, e adesso tocca a lei soddisfare quel matrimonio. La tela è un regalo per il futuro marito che non conosce ancora il volto della sua sposa. Durante il giorno Marianne svolge la mansione di dama di compagnia, la notte dipinge a memoria un volto osservato in segreto. Per due ore è questione di sguardi, nascosti, diretti, dolci e severi, ad libitum, i loro, i nostri, quello di chi dipinge e quello di chi è dipinto, quello delle attrici tra loro e della regista sulle attrici, e poi ancora gli sguardi sulla passione, sul desiderio, sull’atto creativo ma anche sul posto che le donne occupano nella Storia, nella storia dell’arte o della scienza. In mezzo il sentimento trabocca e lo scacco è dietro l’angolo, perché Marianne guarda Héloïse per farla sua, per catturare la sua anima e fissarla sulla tela. Inutilmente, perché il vero ritratto è a doppio senso. L’artista deve aprirsi alla sua musa, lo sguardo, perché sia vero, deve circolare. Non ci sono muse inerti ma collaboratrici attive che si ispirano mutualmente. Vale per Marianne verso Héloïse, vale per la Sciamma verso le sue protagoniste.


Noémie Merlant e Adèle Haenel con Celine Sciamma sul set di Ritratto della giovane in fiamme (2019)


E lo spettatore, dall’altra parte dello schermo e della tela, non si inganna, il film decolla nel momento stesso in cui la pittrice si impegna in una relazione sentimentale ma soprattutto orizzontale con la sua modella, accettando le sue critiche e la sua contro-rappresentazione, in una scena che evoca “il ritratto” di Titanic. Allusione altrettanto ispirata è Lezioni di piano, riappropriandosene disinvolta fino a trasformarlo in qualcosa di nuovo, moderno e inevitabile. La filiazione col film di Jane Campion è evidente invece dal debutto, una giovane donna in costume d’epoca sbarca su una spiaggia deserta. Come Ada col suo pianoforte, Marianne si getta nell’acqua per salvare le sue tele e affermare la passione ardente per la sua arte. Ma l’intensità virile, incarnata da Harvey Keitel in Lezioni di piano, si converte in una potenza tutta femminile. Il film riprende lo schema classico dell’artista (uomo) e del suo modello (donna) ma qui modello e artista sono due donne. La volontà della regista è di rimettere le donne al centro della Storia e della storia dell’arte perché troppo spesso dimentichiamo che sono state artiste, pittrici, scrittrici, musiciste. La Sciamma non fantastica sul passato, riabilita piuttosto un soggetto poco conosciuto. Le donne sono sempre state lì ma assenti dalla Storia, soprattutto dalla sua narrazione. Il suo cinema mostra allora quello che abitualmente è nascosto e apre gli occhi sul loro quotidiano.

Se le donne sono ancora troppo rare al cinema, le lesbiche lo sono di più. Quando esistono, i loro racconti passano per il male gaze (La vita di Adele) e sovente sono tragici. Per parafrasare la regista, c’è un sacrificio di lesbiche nella storia del cinema, donne disperate che saltano dalle finestre o dai ponti, la dinamica è quella suicidaria, sempre. Certo, la relazione tra Marianne ed Héloïse è votata allo scacco, ma il loro romance è luminoso. Come in Titanic,a contare è il gesto romantico. Ritratto della giovane in fiamme è una storia nel presente, un amore che non andrà più lontano ma è un amore che libera e affranca. Per le scene più sensuali, la Sciamma preferisce la ‘composizione informativa’, quella che lascia intendere che l’amplesso ha avuto luogo. L’autrice è interessata all’eccitazione che un’immagine può provocare e creare nuove immagini è il progetto del film e di tutto il cinema della Sciamma. La più forte arriva dopo l’aborto della serva di Héloïse, mai messo in discussione.


Sciamma dirige assumendo lo sguardo femminile, quello di Marianne che dipinge e quello di Héloïse che ricambia, provando a rieducare il nostro


Di ritorno al castello, Héloise ‘ri-gioca’ e mette in scena quella gravidanza interrotta perché Marianne possa dipingerla. Con quel ‘disegno’, artistico e politico insieme, le tre eroine si riappropriano della loro storia e ricordano allo spettatore fino a che punto manchi nell’arte la rappresentazione della vita di una donna. Marianne evoca pure l’interdizione alle donne di disegnare nudi maschili, divieto che le esclude dai grandi soggetti, storici, religiosi, mitologici. Ancora una volta la Storia appartiene agli uomini, quelli che la raccontano e quelli che sono raccontati. La vita delle donne è un soggetto domestico, privato, ignorato, piccolo. Non esiste evidentemente una maniera giusta o sbagliata di filmare un soggetto. Il male gaze non è ontologicamente ‘cattivo’, è la sua generalizzazione come unico sguardo ‘normale’ ad essere messa in discussione dalla Sciamma, che assume per questo quello femminile, quello di Marianne che dipinge e quello di Héloïse che ricambia, provando a rieducare il nostro. Rieducarlo a guardare il cinema e le donne diversamente. Va addirittura all’inferno, per strappargli Euridice e rileggerla, dirla e ridirla altrimenti, per sondarla alla sua maniera fino a darci la sua versione del quadro d’epoca, una contro-tela che abbiamo appena cominciato a decifrare.


Adèle Haenel e Pauline Acquart in Naissance des pieuvres (2007)


Che sia sintomo di un desiderio o vettore di liberà per i personaggi, lo sguardo è dappertutto nella sua opera. Sono gli sguardi furtivi che le eroine di Naissance des pieuvres si scambiano (o non osano scambiarsi) l’una con l’altra, in un gioco di sfocature e messa a fuoco prima che Adèle Haenel e Pauline Acquart aboliscano la distanza che le separa; sono quelli posati dai personaggi, preoccupati o impazienti, sul loro avvenire come in Diamante nero, dove la Sciamma guarda la sua protagonista osservare dietro un vetro la città silenziosa, figurando il suo desiderio di ascesa sociale. È la sapiente coreografia di sguardi che apre nel suo cinema lo spazio per l’emancipazione e per l’uguaglianza. I suoi film scelgono sempre un campo, un luogo fisico e simbolico, dove si manifestano relazioni di potere sociale e di genere, per sovvertirne i codici. Succede nel prologo electro-pop di Diamante nero (Bande de filles nella versione originale), in cui filma una partita di una squadra femminile di football americano, sport ritenuto orgogliosamente virile, disegnando un territorio di fiction (e di periferia) quasi esotico. Perché le banlieue viste dalla Sciamma hanno qualcosa di romanzesco ed elettrico.

Prima di essere un “film di banlieue”, però, Diamante nero è un affresco intimo, la parabola esistenziale di Marieme (Karidja Touré), che esita tra il suo desiderio insolubile di essere parte di una comunità e la volontà di fuggire il destino che gli altri vogliono assegnarle. ‘Fille de bandes’, Céline Sciamma ancora una volta firma un’avventura collettiva, rinnovando il racconto di formazione. Le sue adolescenti sono eroine romantiche, sono belle, sono nere, parlano e ridono forte, ribollono di collera e di gioia. Lady, Adiatou, Fily e Vic, dietro quei nomi magici che si sono scelte, reinventano la loro identità e dribblano le stigmate che le marchiano dalla nascita: banlieue, genere, colore. Libere e forti si gettano l’una contro l’altra come nell’immagine gioiosa della partita che apre il film e fa il paio chiastico con una piccola bolla di felicità ‘tra ragazze’ sulle note di Rihanna. La regista filma le sue protagoniste come se si sognassero principesse pop e sexy, radiose regine del dancefloor. Da «Lucy in the Sky with Diamonds» dei Beatles ai «Diamonds in the sky» di Rihanna, c’è come una permanenza di bellezza lisergica e di energia della giovinezza che può brillare di mille fuochi con la canzone giusta. «Girls just wanna have fun» canta Cyndi Lauper, le filles della Sciamma non sono (ancora) rivoluzionarie, vogliono quello che la società dei consumi gli agita sotto il naso e che la Francia gli nega, restando sottomesse all’ordine patriarcale e brutale del loro quartiere.


Karidja Touré, Assa Sylla, Lyndsay Karamoh, Mariétou Touré in Diamante nero (2014) di Céline Sciamma


Ma la bande è una tappa sulla strada dell’emancipazione, insieme e poi da sole devono trovare la maniera di realizzarsi in quel Paese pieno di trappole e di pericoli, di lupi mannari e di papponi, dove i ‘diamanti nel cielo’ ricadono sulla terra, sovente sotto-terra, restituiti allo stato grezzo dalla legge sociale. All’orizzonte di questo accidentato viaggio verso il loro destino di donne, nuovi muri attendono questa armata di sorelle ma il profumo della libertà gli dona la forza di insistere, niente e nessuno potrà impedirgli di esistere. Reduce dalla battaglia di Tomboy, che nel 2011 le aveva attirato gli strali dell’estrema destra, l’autrice tira il genere ‘di formazione’ verso il film di guerra, guerra di tutte contro tutti e su tutti i fronti, scuola, famiglia, strada, determinismi, arcaismi, pesi sociali, offrendo alla sua banda di ragazze lo stato di icone generazionali. Il suo soggetto è sempre la ricerca di libertà e le sue protagoniste sempre pioniere romanzesche che cercano di esistere pienamente in quella stagione della vita dove le identità si inventano, sovente nel dolore. Come Laure (Tomboy) che si finge un ragazzo per i nuovi compagni di scuola e dentro un bildungsroman che celebra la fluidità delle identità contro i protocolli sociali. Diventare qualcun altro, del resto, è la sfida che anima pure il personaggio di Adèle Haenel in Naissance des pieuvres, in cui indossa il ‘costume’ di ragazza facile per proteggersi.

Dopo il successo internazionale di Ritratto della giovane in fiamme Céline Sciamma era attesa, ma invece di capitalizzare il suo recente status di autrice star, ha preso il mondo in contropiede con un film di un’ammirabile semplicità, per fattura e per durata. Che il suo formato (72 minuti), come le sue eroine, sia ‘minore’, non cambia niente. Il progetto, modesto in apparenza, si rivela la sua opera più personale e più bella. Torna al mondo dell’infanzia l’autrice, e gira un racconto fantastico ad altezza di bambina. A immagine di Tomboy, che metteva in scena un ragazzino nato dal corpo di una ragazzina annullando i confini di identità, Petite Maman ci parla ancora una volta di una doppia vita, quella che la piccola protagonista si offre, il tempo necessario a ‘ritrovare’ sua madre, partita per fare il lutto della sua. I due film interrogano l’emancipazione, la capacità dei bambini di autodeterminarsi rispetto al mondo degli adulti e nel senso rivoluzionario del termine.


Tomboy e Petite Maman interrogano l’emancipazione, la capacità dei bambini di autodeterminarsi rispetto al mondo degli adulti


Nelly vuole conoscere le ‘cose vere’ della sua famiglia, non gli interessano le favole e sta cercando un nuovo linguaggio, una maniera di riempire le caselle mancanti tra le generazioni, ‘inventando’ magari una piccola mamma. Nelly è rimasta con suo padre a svuotare la casa della nonna, una maniera di essere con chi non c’è più e di abituarsi alla sua assenza. La casa è al bordo di una foresta, dove Nelly va a giocare e dove incontra una bimbetta della stessa età, che è la sua immagine esatta (le due attrici sono gemelle). Si chiama Marion e vive in una dimora identica a quella della nonna di Nelly ma con la sua vecchia carta da parati. È come se la madre assente tornasse ad abitare il suo quotidiano nella forma di una coetanea. La potenza del film sta nella sua maniera di scivolare impercettibilmente nel fantastico, in un viaggio che assomiglia a un gioco di ruolo per bambini, la testa nell’immaginario e i piedi ben piantati nella realtà. Il gioco col tempo, che ricorda le geometrie ludiche di Rivette, è infantile e intimo insieme, invita all’introspezione verso un passato familiare che si fa cronaca di un lutto, racconto iniziatico e riflessione sulla trasmissione, dominata da una domanda centrale: finiamo tutti per diventare i nostri genitori?


Le gemelle Joséphine e Gabrielle Sanz in Petite Maman (2021)


Céline Sciamma risale il tempo e incontra due generazioni in un’opera quasi metafisica, che esplora, come quelle passate, i margini di libertà dei suoi personaggi di fronte alla società e ai suoi dettami. Questa volta si perde in un bosco che è pura magia cinematografica. Non ci sono mostri che lo abitano e il solo personaggio maschile è un padre amorevole che non esercita alcun controllo su sua figlia. La scena più toccante del film è quella in cui Nelly rivela il suo papà sotto la barba, come “sei bello”, gli dice, mentre lo aiuta radersi. Piccoli gesti e metempsicosi, ‘piccola mamma’ e grande film. Un universo di bellezza che Céline Sciamma cuce come una fata per le sue nuove eroine. C’è una necessità ardente di mostrare e di mostrarle nei suoi film, di coglierne la verità invisibile, di accompagnare la loro evoluzione, di scoprirne i segreti. Come il volto della giovane Zoé Héran in Tomboy, rivelato ogni volta sotto nuove angolazioni, davanti allo specchio o in un lungo primo piano frontale nella foresta, per captare la metamorfosi interiore del suo personaggio, la sua muta verso una nuova pelle. Se le sue attrici sono folgoranti epifanie, sorprendenti apparizioni, è perché nascono letteralmente sullo schermo. Sono volti nuovi che sorgono come albe, come un miracolo. Il miracolo cinematografico per eccellenza, quello di essere sempre nel movimento degli esseri e dei sentimenti, quello di essere in un luogo intimo, protetto e magico che l’autrice ricrea film dopo film. Dalla piscina di Naissance des pieuvres al bosco autunnale di Petite Maman, passando per l’atelier di Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma continua a ritrarre una relazione femminile allo specchio. Un gesto creativo, unico e vibrante, per disegnare un ritratto altro.