Cambridge Analytica | Se i dati valgono più del petrolio

Il caso di Cambridge Analytica ha cambiato, almeno si spera, il nostro modo di guardare e usare i social network. Se l’entusiasmo degli anni zero di fronte a piattaforme come Myspace, Facebook, Twitter e simili aveva prodotto una certa percezione di libertà di espressione, garantita dal sogno di una iperconnessione globale, questo stesso processo sembra essersi rivoltato contro di noi, ingurgitandoci all’interno di un sistema di controllo ramificato e votato alla manipolazione per fini commerciali o, come nel caso di Cambridge Analytica, politici.

Cambridge Analytica viene fondata in Inghilterra nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario conservatore statunitense. Come ha raccontato in modo dettagliato il documentario Netflix The Great Hack – Privacy violata (2019) di Jehane Noujaim e Karim Amer, lo scopo di questa azienda è quello di raccogliere dati sugli utenti dei social network, in parole povere contare i like sui post, il numero dei commenti, i luoghi da cui si accede ai social e ricercare alcune parole chiave. L’interesse nel gestire questi dati ha un valore statistico di non poco conto, ma diventa estremamente importante anche per la profilazione dei singoli individui: se da una parte si creano delle categorie comportamentali generiche, dall’altra per ogni singolo utente viene creato un profilo psicologico molto dettagliato. Questo lavoro viene portato a termine da degli algoritmi creati appositamente per gestire le informazioni che noi personalmente lasciamo sui social. Se hai messo un like a un post di Salvini questo like viene registrato nel tuo profilo, anche se quel like è ironico o legato ad altre valutazioni, ma se hai messo cento like sui post di Salvini, allora è quasi certo che voterai per lui.

La realtà è ovviamente più sfumata di così, per cui ci sarà una certa quantità di like che va a premiare post caratterizzati dall’appartenenza a posizioni politiche differenti rispetto a quelle del nostro profilo, andando così a creare una rete di opinioni che non sono mai del tutto sintetizzabili all’interno di un voto. Non solo, è necessario rendere la profilazione il più esatta possibile, proprio per questo motivo Cambridge Analytica ha iniziato a comprare informazioni da altre società per scoprire cosa i singoli utenti desiderano, mangiano, mettono nei loro carrelli online senza poi premere sul tasto compra, oppure cosa comprano effettivamente, quali quotidiani leggono, su quali notizie si soffermano di più, quali siti frequentano, se sono soddisfatti del loro lavoro, del loro stipendio, del loro partner, a che ora prendono la metro. Dall’incrocio di tutte queste informazioni si può ottenere un’immagine piuttosto veritiera di chi sia effettivamente una persona.



L’ideatore dell’algoritmo di Cambridge Analytica Michal Kosinski ha sostenuto, riferendosi solo ai dati ottenuti da Facebook, che con l’analisi di 70 like è possibile sapere più cose di una persona rispetto ai suoi amici, con 150 se ne sa di più rispetto ai suoi genitori, con 300 di più rispetto al suo partner, con un numero ancora maggiore se ne può sapere addirittura di più rispetto a quello che ognuno sa di sé. Cambridge Analytica si è vantata pubblicamente di essere in possesso di oltre 5000 dati sensibili per ogni utente Facebook statunitense. L’impatto che questo processo psicografico ha sul normale funzionamento di uno Stato e sulla libertà dei singoli individui è impressionante, nonostante ad un primo sguardo ci possa sfuggire il fatto che qualcosa sia effettivamente cambiato nella nostra vita pubblica e privata.


Con l’analisi di 70 like è possibile sapere più cose di una persona rispetto ai suoi amici, con 150 se ne sa di più rispetto ai suoi genitori, con 300 di più rispetto al suo partner


In The Great Hack Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica, dichiara che l’azienda stava giocando con la psicologia di un’intera nazione senza che nessuno ne fosse cosciente o consenziente. E ci stava giocando all’interno di un contesto democratico. Grazie all’enorme quantitativo di profili realizzati con l’ausilio di sofisticate intelligenze artificiali, Cambridge Analytica era in grado di mettere in campo un vero e proprio bombardamento mediatico personalizzato su ogni piattaforma, così che ogni singolo elettore in dubbio condividesse la visione del mondo che loro gli fornivano. Se, per assurdo, avessero voluto convincere una nazione a abbandonare l’Unione Europea, gli sarebbe bastato proporre dei messaggi pubblicitari (veri o falsi è indifferente) che toccavano le corde giuste dei singoli cittadini perché questi avessero una reazione emotiva pilotata dall’alto.


Shahmir Sanni e Christopher Wylie (a destra) protestano in Parliament Square a Londra dopo lo scoppio del caso Cambridge Analytica

Come è possibile che qualcuno possa prendere impunemente i nostri dati e usarli per manipolare le nostre reazioni emotive? La verità è quasi sconcertante: siamo noi a concederglielo ogni volta che creiamo un account su un social o scarichiamo un’app sul nostro cellulare (videogame compresi) e accettiamo senza leggere le condizioni, acconsentendo all’uso dei nostri dati personali, come la geolocalizzazione, le fotografie, la rubrica, ecc. Siamo noi a fornirle in cambio di iperconnessioni o svaghi. Sorge una domanda più che lecita: se per caso volessimo vedere la nostra profilazione, non dovremmo avere la possibilità di chiedere indietro la collezione dei nostri dati? La risposta è sì, se avete un buon avvocato e un sacco di tempo e soldi da investire in un processo internazionale contro società multimiliardarie – provate a chiedere agli innumerevoli giornalisti che si sono dedicati al problema. Tanto per dare un’idea del quantitativo di denaro che tutto questo esperimento sociale muove, secondo Brittany Kaiser, ex dipendente di Cambridge Analytica la cui deposizione ha determinato il processo e la seguente chiusura dell’azienda il 1° maggio 2018, il valore sul mercato dei dati sugli utenti ha superato il valore del petrolio. Cosa significa? Che i dati sono la risorsa più preziosa del pianeta. La stessa Brittany ha sottolineato come le tecniche psicografiche di manipolazione di Cambridge Analytica fossero state considerate dal governo inglese, prima che scoppiasse lo scandalo, come un’arma militare impropria. Un’arma che un politico potrebbe usare contro il proprio stesso popolo.

Per un politico spesso (non sempre) il risultato elettorale è l’unica cosa che conta davvero, e avere in mano questi profili è un fattore decisivo per ottenere un netto vantaggio sui propri avversari, che  magari non dispongono degli stessi mezzi informatici. In House of Cards il presidente Frank Underwood, per battere il proprio avversario Conway, mette in campo una macchina di sorveglianza dei cittadini
per mantenere il controllo politico del paese che è al contempo macchiettistica e realistica ( «Conway ha un’arma potente: un motore di ricerca. Ed è potente perché con esso può capire cosa pensi, cosa vuoi, dove sei e chi sei. Può trasformare tutte quelle ricerche in voti»), dimostrando ancora una volta il valore del vecchio detto andreottiano “a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina”, un motto molto caro a certe serie televisive statunitensi. Ma se il vantaggio che questi profili determinano è così decisivo, perché non li usano tutti quanti i politici? Perché fortunatamente è illegale; ma l’illegalità, si sa, non basta a fermare le persone.


Si stima che la spesa di Trump durante l’apice della campagna elettorale 2016 si aggirasse intorno al milione di dollari al giorno su Facebook, Youtube e Google


Cosa penserebbe un elettore statunitense se scoprisse che i suoi dati sono stati venduti a una qualche azienda russa per fare campagna politica contro un candidato alla presidenza americana? È quello che si suppone sia successo durante la corsa alla Casa bianca che ha visto Donald Trump prevalere su Hillary Clinton nel 2016. I fatti sono ancora tutti da dimostrare, ma quello che sappiamo è che la società ultra conservatrice Cambridge Analytica ha fornito i propri servizi ai Repubblicani. Steve Bannon, manager della campagna elettorale di Trump, era stato vicepresidente di Cambridge Analytica. Non è possibile ricostruire l’insieme di informazioni e strumenti informatici che sono stati messi a disposizione del candidato repubblicano, ma sappiamo perfettamente quanto l’attuale presidente degli Stati Uniti abbia puntato sull’attività online. Si stima che la spesa di Trump durante l’apice della campagna elettorale si aggirasse intorno al milione di dollari al giorno su Facebook, Youtube e Google, che collaborarono attivamente per spiegare come sfruttare al massimo le loro piattaforme. Furono anche usati profili fake per diffondere fake news, gestendo la loro uscita in relazione agli umori degli utenti profilati, così da ottenere un miglior effetto possibile di manipolazione dell’elettorato.


La pagina ufficiale di Barack Obama durante la campagna del 2012

E pensare che l’idea di Cambridge Analytica è nata grazie alla dimostrazione che Obama ha dato nel 2008 e nel 2012 su come usare i social in modo innovativo. Il livello tecnologico a disposizione di Obama permetteva però di parlare a generici gruppi, non a singoli individui, e questo cambia non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente il problema. In sostanza grazie alla campagna di Obama si è creata un’opportunità di mercato per fornire dei servizi ai politici, da qui lo sviluppo delle tecnologie per rendere questi servizi, ovvero la manipolazione, efficaci. Il candidato repubblicano Ted Cruz, grazie agli aiuti di Cambridge Analytica, è passato dal più basso indice di preferenze all’essere il principale candidato insieme a Trump per la corsa alla presidenza del Grand Old Party. E proprio grazie agli incredibili risultati di Cruz Trump si è accorto di quanto funzionasse l’algoritmo, iniziando così una proficua collaborazione.

Alcuni potrebbero pensare che Cambridge Analytica abbia lavorato solo insieme a Trump, ma in realtà sappiamo che ha collaborato anche con le campagne pro-Brexit. Il referendum del 2016 tra leavers e remainers viene considerato come il primo esperimento occidentale di applicazione dei metodi di Cambridge Analytica, anche se, fuori dall’Occidente, l’azienda aveva già cominciato a testare l’effetto della propria arma propagandistica, per stessa ammissione del CEO Alexander Nix. Meno famose ma altrettanto decisive sono state le interferenze (chiamiamole così) nel processo elettorale a Trinidad e in Malesia, Lituania, Romania, Kenya, Ghana, Nigeria. E prima ancora Nix era stato a capo della SCL, un’azienda che lavorava per l’esercito americano con lo scopo di convincere le popolazioni dei paesi dove gli Stati Uniti avevano contingenti coinvolti in azioni di guerra a cambiare opinione e a sostenere le forze di invasione.


La testimonianza di Mark Zuckerberg di fronte al Congresso americano

La scandalo che ha coinvolto Cambridge Analytica ha colpito duramente anche Facebook, che si è dimostrata la piattaforma più efficace per portare a termine sperimentazioni sociali di manipolazione del consenso. Se dovessimo fare un controllo sulla provenienza dei ricavi di Facebook non derivanti dai mercati finanziari scopriremmo che il 100% delle sue entrate le ottiene direttamente dalla monetizzazione dei dati degli utenti. I termini d’uso di Facebook prevedono che i dati raccolti dalle varie applicazioni non possano essere venduti a terzi. Quando però Cambridge Analytica è entrata in possesso di quei dati, Facebook, che ne era consapevole in modo dimostrato da almeno due anni, non è intervenuta per sanzionare la violazione se non pochi giorni prima del processo dove ha testimoniato Mark Zuckerberg. Per il caso Cambridge Analytica, l’agenzia del governo americano posta a garanzia del consumatore e del mercato ha multato Facebook per ben 5 miliardi di dollari, ottenendo inoltre la garanzia di una lotta contro le fake news. A rimarcare la gravità della situazione, non sarà forse necessario sottolineare che 5 miliardi di dollari sono la multa a un privato più ingente della storia.


Per il caso Cambridge Analytica, l’agenzia del governo americano posta a garanzia del consumatore e del mercato ha multato Facebook per ben 5 miliardi di dollari


Come si esce da tutto questo? Partendo dal presupposto che non è possibile tornare indietro nel tempo e far finta che certe tecnologie non esistano, innanzi tutto lottando per istituire un diritto sui dati, di modo che ogni cittadino possa disporne come meglio crede senza dover ricorrere a terzi che li usino per monetizzare. Quella monetizzazione potrebbe poi essere retribuita al possessore di quei dati, cioè a noi utilizzatori delle nuove tecnologie. Infine sarebbe necessaria una maggior tutela dei propri dati a partire dall’uso di applicazioni che aiutino gli utenti a una più accurata tutela di se stessi. Sono numerosi i programmi che aiutano a proteggersi da questo occhio criptato che ci osserva costantemente non appena accendiamo un computer o usiamo un cellulare, peccato che molti di questi programmi che garantivano l’anonimato in rete siano stati violati dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana ( NSA tool collects ‘nearly everything a user does on the internet’). Perché, che si tratti dello Stato o di agenzie private, ci sara sempre qualcuno interessato a sapere come reagiremo agli ostacoli della vita sociale e politica, per poter manovrare con più precisione il consenso.