Animali di gomma

Quando ai tempi della scuola, da ragazzino, Ernest Nkwocha camminava per strada raccogliendo cucchiai, la sua ragazza gli chiedeva cosa se ne facesse mai, di tutto quel metallo. Finché non entrò nel suo studio, dove vide che con il metallo dei cucchiai Ernest creava sculture. «Quello che cerco di fare è mostrare alle persone che c’è del bello nella bruttezza».
Dieci anni fa, vedendo le strade di Lagos piene di copertoni abbandonati,
l’artista nigeriano si fa venire un’idea: utilizzare le gomme per creare sculture. «La chiamano spazzatura, ma quello che vedo io è materiale grezzo», materiale grezzo che Nkwocha trasforma con lavoro certosino in sculture plastiche di rara forza e bellezza. Così, i copertoni diventano scimpanzé, elefanti, coccodrilli, tori scalcianti, lepri e antilopi in corsa.



«Qui è dove prendo i miei materiali grezzi», dice Nkwocha di fronte a una discarica. «Cerco di sanificare l’ambiente e allo stesso tempo sensibilizzare le persone sull’utilità di questo materiale». Un materiale che nasce sporco, impolverato dalla terra delle strade della città e dai chilometri percorsi in auto o in bicicletta, e che nelle mani di Nkwocha si trasforma lentamente, con un processo a volte lungo anche due o tre mesi, in un elemento plastico e dinamico, fatto di ferro, chiodi e da una copertura finale di spray nero che fa risplendere i fasci come fossero muscoli pulsanti esposti alla luce del sole. Da lì, prendono vita testa di gorilla, di cavalli, che in alcuni casi mantengono anche, come base stessa della scultura, un cerchione: quasi come le opere nascessero da lì e si liberassero dalla loro funzione di ruota per svilupparsi e snodarsi verso l’alto, riavviluppandosi in figure di volta in volta nuove.



«La trama di questa ruota mi ricordava la trama del dorso del coccodrillo», e perciò lui le raccoglie per strada, le carica nel bagagliaio della sua auto e comincia la trasformazione in un processo quasi michelangiolesco, come se il coccodrillo fosse sempre stato lì, dentro quelle gomme lasciate per strada, e fosse suo compito di artista quello di tirarlo fuori, di riportarlo in vita.
Le sue opere stanno avendo mese dopo mese, anno dopo anno il successo che meritano e l’artista nigeriano esprime la volontà di portarle a livello internazionale, dopo le mostre collettiva e la personale alla Nike Art Gallery, Lekki, intitolata “Me and My Environment, an exhibition of sculptures”. Di recente, un servizio della BBC che racconta la sua pratica artistica e una TED Talk dove lui stesso narra le origini della sua arte, una storia fatta di sguardi per le strade della città e di riciclo di materiali riportati a nuova vita. «La gomma è come la carne, mentre questo è lo scheletro: lo chiamiamo l’armatura». Nkwocha parla nascosto dietro lo scheletro di metallo che diventerà la struttura portante di uno dei suoi animali di gomma, mentre inchioda e salda le sue creature.



C’è una connessione particolare tra le gomme e la rappresentazione animale: ha a che fare certamente con il modo in cui le fasce di gomma ricordano i fasci muscolari degli animali selvatici, ma forse anche con il contrasto tra carnale e sintetico che risuona nelle idee degli artisti. Ernest Nkwocha non è l’unico a farne arte, ma a differenza di altri scultori che usano copertoni per le loro opere, come il marocchino Lahcen Abdellah Iwi, il cinese Cao Shengge o l’americano Blake McFarland, gli animali di Nkwocha hanno una forza e una statuarietà incontrastate. Con tecniche simili, Adbellah Iwi inchioda la gomma per creare perlopiù statuine di cavalieri o motociclette ma anche leoni e pantere, Cao Shengge salda lo scheletro per formare enormi dragoni e personaggi da fumetto o fanart, McFarland crea il corpo in polietirene, lo fa saldare in fibra di vetro e poi lo ricopre con tagli di copertone realizzando cavalli o leoni.


Quello che cerco di fare è mostrare alle persone che c’è del bello nella bruttezza


Eppure, nonostante il fascino di questo genere di operazione artistica lo abbiano anche i lavori dei suoi colleghi, le sculture di Ernest Nkwocha hanno un quid che le altre non hanno. Una solidità, una muscolarità evidente, forse i residui di una storia che va oltre la produzione stessa delle sculture. Una storia che sembra radicata nel suo sguardo plastico, in grado di estrarre la vita animale dai copertoni, una storia radicata nelle strade di Lagos che tutti vedono piene di discariche e di spazzatura e dove lui ha sempre visto opere d’arte.