Anacronismi postmoderni e precarietà del tempo | Il cinema secondo Mark Fisher

Il mio rapporto con Mark Fisher non è stato sempre pacifico. Per molto tempo mi sono chiesto perché questo bizzarro intellettuale inglese fosse visto quasi come un profeta da una certa sinistra non convenzionale. Leggendo Realismo capitalista mi sono trovato di fronte a un pamphlet ben scritto e che centrava molti punti cari al lavoratore odierno, come la frammentazione del tempo lavorativo – sfilacciatosi nella presenza ubiqua del telelavoro – o la depressione quale fenomeno sociale. Non intuizioni originali di Fisher, ma una serie di idee raccolte e sistematizzate a scopo divulgativo. Nonostante avessi apprezzato il libretto, mi dicevo che non c’era nulla di realmente brillante nella trattazione di Fisher. Allo stesso modo mi è risultata aliena la lettura di The Weird and the Eerie, un saggio di critica d’arte attraversato da una ragnatela di riferimenti alla cultura pop inglese difficilmente decifrabili da chi non ha familiarità con quel mondo.

Ho avuto l’illuminazione leggendo Spettri della mia vita, una raccolta di pezzi incentrati sul tema dell’hauntologia, ovvero sulla persistenza nella cultura contemporanea di stagioni (culturali, sociali, economiche) tramontate o futuri in potenza mai concretizzatisi. È nel frammento che Fisher dà il meglio di sé: smontando e interpretando prodotti culturali di varia natura – libri, album, film, serie tv – riesce a mettere in luce come questi si rapportino al clima del nostro tempo, e di quali rapporti di forza si fanno espressione. Un’intervista a Burial diventa l’occasione per soppesare il tramonto dell’utopia rave, la storia dei Joy Division è il terreno adatto sul quale mettere in relazione disagio psichico e sociale. Se poi ci aggiungiamo che Fisher parla con tono mai distaccato e non esita a mettere in gioco se stesso, analizzando i propri comportamenti e le proprie reazioni alla fruizione di ciò di cui sta trattando, capiamo perché – oltre alle innegabili doti da comunicatore – l’autore si dimostra importante anche sul piano teorico.



Il campo privilegiato da Fisher è sicuramente quello della produzione musicale, ma le sue riflessioni onnivore mettono a sistema anche letteratura e cinema. Non può sfuggire che un elemento citato ripetutamente dall’inglese nel discorso sull’hauntology sia la saga di Guerre Stellari. Già nel discorso di Fredric Jameson, lo studioso marxista che ha formalizzato la categoria estetica di postmoderno, Guerre Stellari rappresenta un esempio perfetto di opera postmoderna. Per Jameson l’opera di Lucas è un pastiche, una parodia di cui si è persa la nozione del referente parodiato, ed è costruita per essere letta su più livelli: «Lungi dall’essere un’inutile satira di forme ormai scomparse, Star Wars soddisfa un profondo (represso?) desiderio di sperimentare nuove forme: è un oggetto complesso di cui a un primo livello bambini e adolescenti possono godere in modo convenzionale, e che nel pubblico adulto può invece gratificare un desiderio nostalgico di tornare a quel periodo lontano e infantile, rivivendone ancora una volta i vecchi e bizzarri artefatti estetici».


Star Wars è un esempio di anacronismo postmoderno: utilizza la tecnologia per mascherare la propria forma arcaica


Fisher si concentra proprio su quest’ultimo aspetto: la nostalgia. Nella riflessione di Fisher il nostalgico non è solo un moto desiderante che va dal soggetto all’oggetto passato, che sia un’epoca, un feticcio o un particolare sentimento; ma è anche una presenza persistente, fantasmatica, nella produzione culturale contemporanea. Il passato rivive in forma di fantasma e getta un’ombra sul presente decifrabile tramite l’affezione nostalgica. Il sistema simbolico di Guerre Stellari ne è un chiaro esempio: da una parte i rimandi al medioevo fantastico – spade (laser), cavalieri (Jedi) e principesse –, dall’altra alle serie sci-fi degli anni Cinquanta. Così Fisher chiosa alle affermazioni di Jameson: «il desiderio cui fa riferimento Jameson è un profondo struggimento nei confronti di una forma del passato. Star Wars costituisce un esempio di anacronismo postmoderno particolarmente rilevante proprio a causa del modo in cui utilizza la tecnologia per mascherare la propria forma arcaica. Attraverso l’occultamento delle sue origini nelle vecchie serie avventurose, è riuscito ad apparire nuovo grazie a innovativi effetti speciali basati sulle ultime tecnologie».


In Guerre stellari le tecnologie si muovono all’interno di scenografie basate sulla teoria di “universo usato”, in cui la messinscena polverosa e vissuta dà spessore epico alla storia e crea quel «profondo struggimento nei confronti di una forma del passato» di cui parla Fisher

È chiaro che a Fisher interessa il cinema in quanto catalizzatore ideologico ed espressione di un particolare sentire. Per lo studioso sono i prodotti pop che veicolano o esorcizzano l’orizzonte culturale del nostro tempo. Negli interventi sul suo storico blog k punk, ora raccolti in volume da minimum fax in Il nostro desiderio è senza nome, troviamo traccia – ad esempio – della visione del film di fantascienza In Time. Nel film di Andrew Niccol, datato 2011, si ipotizza una società in cui è il tempo, non il denaro, a costituire la moneta corrente. Arrivati a venticinque anni, i cittadini del mondo futuro raffigurato nel film hanno ancora a disposizione soltanto un anno di vita. Per vivere più a lungo devono guadagnare tempo extra. I ricchi hanno secoli di tempo a disposizione da buttar via, mentre i poveri vivono costantemente a pochi giorni o, nel peggiore dei casi, a una manciata di ore dalla morte. Un altro elemento interessante risiede nel fatto che gli umani geneticamente modificati non sono soggetti a invecchiamento e che il contatore del tempo di ciascuno, il “portafoglio”, è un device impiantato sotto pelle.


Secondo Mark Fisher In Time è il primo film di fantascienza sulla precarietà, una condizione che descrive una difficoltà esistenziale, non solo un modo particolare di organizzare il lavoro


Fisher nota che In Time «è il primo film di fantascienza sulla precarietà, una condizione che descrive una difficoltà esistenziale, non solo un modo particolare di organizzare il lavoro». Oltre all’evidente allegoria del sistema capitalista in cui agli squilibri di denaro si sono sostituiti gli scompensi di tempo – nel film vi è una vera e propria economia del tempo che comprende banche, stipendi, inflazione – ci sono riferimenti più sottili. Fisher individua nel rapporto uomo-device messo in scena nel film una metafora della nostra connessione perenne con gli smartphone. Una dialettica fra l’uomo e la macchina che filtra gran parte delle nostre interazioni sociali e che predispone l’erosione del tempo di lavoro e la frammentazione del tempo libero. Siamo sempre raggiungibili, a portata di messaggio o mail, sempre in grado di essere raggiunti dal nostro lavoro. Da qui la sensazione di precarietà di cui parla Fisher: la dismissione progressiva del confine fra ufficio e tempo libero, sfera sociale e privata, propiziata da modalità di lavoro “smart”.


Come tabelloni degli orari dei treni, In Time (2011) mette in scena tabelloni che tengono il tempo di vita medio di ogni persona – per capita time – in ogni zona della città

Per Fisher «la precarietà è una conseguenza della ristrutturazione postfordista del lavoro iniziata alla fine degli anni Settanta: l’abbandono di impieghi fissi e permanenti a favore di modalità di lavoro che si fanno sempre più flessibili», la condizione di freelance di una larga fetta della classe lavoratrice odierna non è tanto dissimile dal tentativo di sopravvivere, di guadagnare tempo, degli umani di In Time. Così come nel film i protagonisti controllano compulsivamente il contatore sul braccio per conoscere – fra rabbia, soddisfazione o terrore – quanto hanno da vivere,  noi controlliamo le notifiche sullo smartphone e alimentiamo «uno strano tipo di condizione esistenziale, dove lo sfinimento si trasforma in sovrastimolazione insonne (a prescindere dalla stanchezza, c’è sempre tempo per un altro clic), e in cui piacere e ansietà coesistono».


La riflessione di Fisher vive di intuizioni che creano una teoria in grado di sismografare le torsioni delle forme culturali odierne


La riflessione di Fisher vive di intuizioni che riconducono il particolare al generale e creano una teoria – senz’altro frammentaria – in grado di sismografare le torsioni delle forme culturali odierne. Tutto secondo un orizzonte che mette in relazione, come nella miglior tradizione marxista, struttura e sovrastruttura, pur riconoscendo una specifica autonomia di entrambi gli ambiti. Nel ritardo di molta produzione accademica, o nella poca solidità teorica di molta critica pop, il lascito di Fisher è prezioso, perché è una bussola di notevole flessibilità. Abbiamo preso in considerazione due delle letture più concrete dello studioso inglese, Guerre Stellari e In Time, ma nella sua produzione sono disseminati numerosi riferimenti al visuale: dal rapporto fra serie di fantascienza degli anni Settanta – Doctor Who, Zaffiro e Acciaio – e il proprio tempo, passando per la nozione di weird nei film di David Lynch o all’ideologia nei film di Nolan. Sono accenni, linee di fuga che suggeriscono letture complesse, appunti da completare. Un instancabile lavoro di analisi che sarebbe utile riprendere non solo sul piano teorico, ma anche su quello della prassi culturale.