Amore e morte al tempo dei robot

Che amore e morte fossero una coppia di termini densa di significato la nostra civiltà se n’era accorta da tempo, dagli antichi greci a Giacomo Leopardi; tuttavia, nemmeno alla fervida immaginazione del recanatese – che pure inscenava battaglie tra topi e rane – sarebbe venuto in mente di dotare il binomio di un terzo vertice, non più umano bensì meccanico. Niente eros, thanatos e automata, dunque, ma a Love, Death + Robots ci ha pensato Netflix con una serie animata, rilasciata lo scorso 15 marzo.
Il titolo è quanto mai attinente al contenuto, e costituisce un efficace slogan per la contemporaneità. Tra serie televisive come Westworld e videogiochi come Detroit: Become Human, la classica prospettiva asimoviana sulla vita robotica appare ribaltata: non sono gli androidi ad assomigliare a noi, ma siamo noi ad assomigliare agli androidi. Visto il rapidissimo sviluppo delle intelligenze artificiali appare ormai scontato che i robot sognino pecore elettriche e che siano persino in grado di amare. I dubbi si spostano quindi su questioni più pratiche: che diritti garantiremo alle intelligenze artificiali quando occuperanno un ruolo prominente nella società, e quanta libertà gli concederemo per soddisfare le proprie pulsioni? Declinare amore e morte in senso robotico, dunque, è un’operazione straordinariamente attuale, e non solo: se i robot somigliano sempre più a noi, osservarli alle prese con emozioni ed esperienze umane sarà un po’ come guardarsi allo specchio.

Al di là del tema brillante, Netflix ha proseguito con Love, Death + Robots la sua esplorazione verso nuovi formati – lo avevamo apprezzato con Bandersnatch, il film interattivo di Black Mirror. Si tratta per certi versi di una naturale risposta a un momento di stanca della serialità televisiva, che ha forse scollinato il proprio periodo d’oro e necessita di uno svecchiamento rispetto alla dicotomia tra trama verticale e orizzontale. La sfida è superare certi cliché del genere, che il pubblico più smaliziato sopporta mal volentieri, senza perdere mordente nei confronti degli spettatori “di passaggio” né impegnare troppo terreno in direzione del cinema. Love, Death + Robots è innanzitutto una serie animata e il formato è antologico, gli episodi non condividono una trama perché basta la potente idea di base a fornire una cornice. Ogni episodio, sono diciotto in tutto, è un cortometraggio di durata compresa tra sei e diciassette minuti, per una nuova interpretazione del binge watching che ha fatto le fortune di un colosso come Netflix.


Al di là del tema brillante, Netflix ha proseguito con Love, Death + Robots la sua esplorazione verso nuovi formati, in risposta a un momento di stanca della serialità televisiva che ha forse scollinato il proprio periodo d’oro


Guardando più a fondo, emergono altri trait d’union tra i singoli episodi. Ciascuno è tratto dai racconti di una diversa firma della fantascienza: tutti nomi di altissima risonanza, alcuni già consolidati come Joe Lansdale o Alastair Reynolds, altri più recenti come Ken Liu o John Scalzi. Le storie però sono tutte passate dalla mano di Philip Gelatt, che ha curato la sceneggiatura dell’intera serie. Il suo tocco è tangibile ed è quello che dà coerenza al prodotto, un po’ come il curatore di una raccolta di racconti che si occupa di allineare le singole opere pur mantenendone le peculiarità stilistiche. Gli altri due nomi che catturano l’attenzione nei titoli di coda sono i produttori David Fincher e Tim Miller, responsabile del Blur Studio e regista di Deadpool. La loro fama funziona da efficace traino, ma Fincher e Miller rappresentano anche un valore aggiunto nel determinare la direzione artistica della serie. Il progetto non è una collezione di nomi estemporanea, ma si è evoluto dall’originale intenzione dei due produttori: realizzare un remake di Heavy Metal, antologia animata del 1981, da cui Love, Death + Robots eredita la cupezza e un certo gusto per le immagini forti.


Una delle locandine di lancio dell’antologia d’animazione Heavy Metal (1981), a cui David Fincher e Tim Miller si sono ispirati

Il formato scelto da Netflix ricorda, per certi versi, Animatrix del 2003 – a sua volta una rassegna di corti animati di stampo fantascientifico tenuti insieme dal legame con l’opera madre, Matrix degli allora fratelli Wachowski, e dal linguaggio visivo futuristico. Love, Death + Robots propone però un immaginario più sciolto, sia nei temi che nella realizzazione grafica. Il risultato è mettere l’animazione ancora di più al centro della scena: ammirando uno stile e un taglio diverso per ogni episodio, lo spettatore è portato a non considerare l’estetica come scontata, e anzi è invogliato ad apprezzare le differenze che vede su schermo e ad approfondire le soluzioni tecniche messe in atto dai diversi studi. In questo senso, l’anello debole della catena è forse rappresentato dall’abbondanza di cortometraggi che si muovono su coordinate simili a quelle delle cutscene di un videogioco. Una CGI ottimamente realizzata, ad opera del Blur Studio dello stesso Miller ma anche di Digic Pictures, Unit Image e Axis Studio, che però rischia di apparire piatta al confronto con episodi caratterizzati da soluzioni grafiche più audaci. Anche il frequente appoggiarsi ad ambientazioni militari (Mutaforma, Dolci tredici anni, Dare una mano) non aiuta e serve la potente immagine finale di Oltre Aquila (tratto da un racconto di Alastair Reynolds che ha il sapore della fantascienza classica) per permettere al tracciato della space opera di spiccare. Avrebbe riservato qualche sfida in più, ma forse si poteva osare reclutando un maggior numero di studi di produzione nel progetto.

A proposito di stili originali, gli episodi più riusciti sono quelli che meglio riescono a coniugare l’aspetto grafico col contenuto. Zima Blue, la storia di un pittore a metà strada tra uomo e robot ossessionato dal colore blu, è una piccola perla. Le linee spigolose, i colori netti e i costumi appariscenti fanno pensare a una sorta di pop art proiettata nel futuro, ma si respira una vaghezza di fondo – come nel volto privo di dettagli del protagonista – che ben si sposa col motore narrativo: la geometria essenziale e le forme nude dell’arte figurativa contemporanea, vista attraverso gli occhi meccanici di un robot.
La notte dei pesci, tratto da un immaginifico racconto di Joe Lansdale, offre una perfetta resa grafica del realismo magico: concreto (l’auto dei protagonisti si ferma lungo un’autostrada in mezzo al deserto) e al tempo stesso etereo (durante la notte, i pesci cominciano a popolare un cielo in cui si può volare).


Un fotogramma dell’episodio Zima Blue

I due episodi che abbiamo citato sono probabilmente i più concettuali e introspettivi del lotto. Nella maggior parte dei casi, invece, è il dinamismo a guidare le danze. Il succhia-anime, avventura archeologica con un Dracul che si annida tra tombe antiche, mostra i bei disegni puliti di un fumetto americano, tanto da farci vagheggiare una versione animata di The Walking Dead basata sulle tavole originali di Charlie Adlard. In Buona caccia ci muoviamo invece sul territorio di Avatar: The Last Airbender, vale a dire un richiamo ai disegni manga addolcito dal taglio occidentale: ci troviamo infatti in un estremo oriente dove la magia è stata travolta dalla rivoluzione industriale, e lo spirito di una volpe prende prima la forma di donna per poi abitare un corpo biomeccanico. Tute meccanizzate sfoggia un’estetica rumorosa e ricca di esplosioni: coi colori pastello e i ritratti caricaturali, si strizza l’occhio al mondo dei videogiochi battle royale, come il chiassoso e celebre Fortnite; per non parlare della trama che non sfigurerebbe in un tower defense come Starcraft II, dove l’obiettivo è difendere il proprio territorio e conquistare quello della squadra avversaria: qui un gruppo di contadini deve proteggere il proprio pianeta-fattoria dall’attacco di insetti alieni, salendo nella cabina di trattori-mecha. La testimone, poi, realizza una peculiare fusione tra televisione e fumetto: una prostituta assiste a un omicidio dalla finestra del suo appartamento e fugge dall’assassino, che l’ha riconosciuta, ma nell’inseguimento i ruoli di vittima, carnefice e testimone si confondono. Lo studio Pinkman TV integra nelle scene d’azione le onomatopee tipiche dei comics, ad annebbiare ancora di più i confini tra realtà e finzione: La testimone è del resto un’inquietante storia di doppelgänger, ambientata in una città ballardiana, grigia e labirintica, e c’è la mano di Alberto Mielgo che fu tra gli ideatori del progetto grafico di Spider-Man – Un nuovo universo.


La scelta di Fisher e Miller è ricaduta su storie dal grande piglio autoriale, ma imbevute di uno spirito “vecchia scuola”


Ma che fantascienza è quella di Love, Death + Robots? Non c’è da aspettarsi una fantascienza ipermoderna (per quella c’è l’interessante filone degli autori cinesi, con una versione video de Il problema dei tre corpi di Liu Cixin per la quale Amazon è pronta a sborsare un miliardo di dollari) o una raffinata fusione tra generi (qui la letteratura new weird fa da apripista, per rimanere sul catalogo Netflix Annientamento tratto da un romanzo di Jeff VanderMeer). Per gli scopi di Fisher e Miller era necessario che la trama accomodasse le esigenze dell’animazione, in modo da rendere la serie un autentico trionfo visivo. La scelta è ricaduta su storie dal grande piglio autoriale, ma imbevute di uno spirito “vecchia scuola” – in alcuni casi, si tratta anche di soggetti anni ‘80. L’unica eccezione è forse Buona Caccia, tratta da un racconto di Ken Liu (che arriverà presto in Italia con la trilogia fantasy aperta da La Grazia dei Re): l’autore ha tuttavia coniato un vero e proprio sottogenere, quello del silkpunk – la tecnologia a vapore che si unisce al folklore orientale – troppo adatto all’idea fondante di Love, Death + Robots per lasciarselo scappare. Le spettacolari immagini animate di Yan, uno spirito animale maltrattato dagli uomini di una Hong Kong vittoriana che ritrova la propria identità grazie a protesi meccaniche, lo dimostrano.


Annientamento (2018) di Alex Garland, tratto da un romanzo di Jeff VanderMeer e distribuito da Netflix

Per il resto, amore e morte sono ritratti nella loro fusione più che in un percorso di avvicinamento o allontanamento. Il risultato è una sequenza di scene violente, anche a sfondo sessuale. D’effetto, ma non gratuite, se consideriamo questa declinazione pulp della tecnologia come una chiave di lettura di Fincher e Miller sul futuro. Il padre putativo della serie del resto, quel Heavy Metal di cui abbiamo già parlato, era un prodotto rigorosamente per adulti. Nonostante la cupezza, siamo piuttosto lontani dall’orizzonte tracciato da Black Mirror, tutto introspettivo e psicologico, e quella di Love, Death + Robots non è nemmeno una fantascienza pienamente distopica; gli episodi dove l’uomo non è protagonista sono per contrasto quelli più ironici: il divertente e brevissimo Tre robot, con una fotografia di scenari post-apocalittici ispirata agli sfondi del videogioco NieR: Automata; Il dominio dello yogurt, che potrebbe benissimo essere un episodio di Rick e Morty, solo con una spassosa grafica chibi – i ritratti stilizzati e sproporzionati dei manga più spiritosi; L’era glaciale, unico cortometraggio con attori in carne e ossa, dove Mary Elizabeth Winstead e Topher Grace osservano una civiltà nascere, estinguersi e risorgere nel proprio congelatore.

Più che nei singoli episodi, tuttavia, la cifra distintiva di Love, Death + Robots sta nella ricerca estetica: è merito dell’animazione se il risultato finale supera la somma delle parti, e se il messaggio decisivo dell’antologia riesce a filtrare attraverso lo schermo. Diciotto variazioni sul tema – che forse, questo è l’appunto davvero significativo, ci sarebbe piaciuto vedere ancora più varie – per raccontarci di un futuro prossimo dove la definizione “realismo fantascientifico”, che si sta facendo strada a partire dalla letteratura, non è più un ossimoro e dove l’uomo non è più l’unico attore protagonista.



In collaborazione con la rivista L’indiscreto