A Serious Man | La scommessa con Dio

C’è stato un periodo della mia vita – un periodo che nelle odierne conversazioni colloco in un passato remoto, senza alcun legame col presente, che rilego all’infanzia usando incipit come “in tenera età” o un classico “da bambina” oppure, più narrativo, “quando ero fanciulla” ma che in verità si è protratto nel tempo fino all’adolescenza o ai primi anni della giovinezza se non addirittura fino a ieri (oppure oggi, pochi minuti fa) – per farla breve, esiste un periodo imprecisato della mia vita in cui ho scommesso con Dio. Non che Dio abbia partecipato attivamente alle scommesse, certo che no, ma non c’è mai stato un tuono di disappunto o una piaga punitiva o uno squarcio divino in cui la notte è diventata giorno (o viceversa) e mi sono convinta che in fondo la cosa non dovesse dispiacergli. Era il nostro segreto.

«Se nei prossimi dieci secondi da questa strada passano tre automobili rosse, lunedì la maestra non mi interrogherà».

«Se salgo la rampa di scale prima che il cancello automatico si chiuda, domani il ragazzo della seconda effe mi saluterà».

«Se cammino sulle mattonelle bianche senza calpestare nemmeno un angolo di quelle verdi, alla festa di Sara farò battute divertentissime e tutti penseranno che sono una giovane promettente, brillante e simpatica, anche carina».


Il tornado finale di A Serious Man (2009)

Insomma, scommesse mai banali che contemplavano anche prestazioni fisiche di un certo livello, senza contare la continua pressione psicologica e il precoce avvicinamento al calcolo delle probabilità. Perché la realtà si riduce sempre a un insieme di probabilità: ciò che conosciamo, l’esistenza stessa, è un gioco del caso. Certo, questi sono solo alcuni esempi, forse sconclusionati, forse ingenui, forse per qualcuno anche frivoli, ma in fondo tutti mischiamo le cose serie con le sciocchezze. E poi c’era qualcos’altro in quei pensieri, qualcosa tutt’altro che puerile, un meccanismo ingegnoso e acuto: ogni scommessa era elaborata in modo da darmi sempre un vantaggio o un alibi o un giovamento. Ciò che sarebbe accaduto non dipendeva da me, non era mai colpa mia, non poteva essere colpa mia, non avevo sbagliato niente, non avevo fatto niente, doveva essere così. Punto. È come se il mio cervello inserisse nell’equazione una scappatoia, una botola da cui sgattaiolare, una stanza segreta dietro la libreria, un luogo nascosto a cui solo io potevo accedere.

– Quindi stavi ingannando Dio.
Si tolse gli occhiali, fissai il segno marcato che la montatura le aveva impresso sul naso.
– In che senso stavo ingannando Dio?
– L’hai appena detto, tu scommettevi con Dio ma in realtà stavi barando.
Stavo barando? Magari non scommettevo proprio con Dio, magari sfidavo il Fato o il Destino o il Caso – che in molte occasioni sono la stessa cosa – ma no, non stavo barando, sono sempre stata leale e corretta, io, sono sempre stata una Donna Seria e non ero la sola a pensarlo, io, tutta la comunità lo credeva, «Ah! Lei sì che è una Donna Seria» dicevano tutti, con convinzione, di me, proprio di me, «una Donna Serissima, impeccabile, inappuntabile, ineccepibile!», no, l’imbroglio non mi apparteneva. Magari sfidavo solo me stessa, ma credere che il mio avversario fosse Dio rendeva tutto più eccitante.
– Non è esattamente così.


Il rabbino dà consigli bizzarri al protagonista di A Serious Man

– Il mio consiglio è.
Le persone a cui chiediamo consiglio non sanno mai quello che dicono. Sembra che stiano ascoltando, ti guardano in faccia, annuiscono, ti offrono un caffè o un amaro e poi ti rifilano aneddoti pregnanti sulla loro esperienza, nel migliore dei casi solo vagamente attinenti al tuo problema, un concentrato di prove eroiche in cui si sono distinti per intelligenza e caparbietà, a volte con un pizzico di fortuna sì, ma meritato o meritatissimo, sostanzialmente ce l’hanno sempre fatta con le proprie forze.
Quando vedo la loro testa inclinarsi – perché la testa la inclinano sempre mentre stai parlando, di solito a destra, lentamente, continuando a tenere lo sguardo vitreo sulla tua faccia – ecco, in quel momento visualizzo i muscoli del collo contrarsi, dilatarsi e allungarsi fino a che l’orecchio tocca la spalla, un angolo retto di ossa frantumate e legamenti spezzati. Non succede mai. Non ancora.
Conto fino a dieci, respiro – uno, due – fisso la pianta rinsecchita sul tavolino accanto alla finestra – tre, quattro, cinque, respiro – le foglie rattrappite sono ancora verdi – sei, sette – con strisce gialle e punte marroni – otto, nove, respiro – il terriccio nel vaso è avido di acqua. Dieci. Non serve a niente.

– Ho affrontato una situazione identica, io al tuo posto.
È in quel momento che la voce delle persone a cui chiediamo consiglio subisce una metamorfosi, diventa più intensa più acuta più estesa, un moltiplicarsi di decibel e di hertz per un repertorio operistico completo. E con quel registro da tenore o soprano ti invitano a porti a domande (domande che quasi mai vorresti sentire), mettono in dubbio la tua posizione, ti sbeffeggiano con le certezze, insinuano tarli che scavano nella coscienza, dissotterrano, svuotano, sradicano, dissezionano i pensieri – ma dove vuole arrivare, pensi, sfinito – e dopo dieci minuti hai il cervello in frantumi. Perché le persone che chiedono consiglio vogliono solo che qualcuno confermi ciò non hanno il coraggio di dire ad alta voce.


I denti del goy (non ebreo) in A Serious Man

Le persone che chiedono consiglio non sanno mai quello che dicono. Perché se la realtà si riduce sempre a un insieme di probabilità, se ciò che conosciamo, l’esistenza stessa, è un gioco del caso, ecco, allora quali risposte stanno cercando? E se è vero che è impossibile avere le risposte, se è vero che non si può conoscere esattamente quello che accade, quello che può accadere, se è vero che io, soltanto osservando, interferisco su ciò che sto osservando, se tutto ciò è vero, io cosa posso fare? Cosa devo fare? Forse la risposta (o forse la domanda?) è incisa sui nostri denti, all’interno degli incisivi inferiori. O forse non è niente, è solo un’imperfezione dello smalto. Allora io scommetto con Dio, mi è concesso, mi è dovuto. Punto tutto quello che ho e aspetto. Conto fino a dieci. Uno, due.

«Se nei prossimi cinque minuti dice cinque volte “è successo anche me”, un tornado lo spazzerà via».



Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila