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A piedi nudi su un plastico

L’idea centrale di uno dei migliori film del 2020, Undine di Christian Petzold ( I film del 2020 da vedere), è che la protagonista che dà il titolo al film sia una storica dell’urbanistica e lavori come guida e conferenziera al museo urbanistico di Berlino, dove mostra modelli e planimetrie camminandoci dentro, come farebbe nei luoghi reali. È un’idea che racchiude anche il cuore del racconto: la ragazza è la “reincarnazione” di una figura della mitologia germanica chiamata ondina, che vive nei fiumi, si nutre dell’amore umano che può darle l’anima, ma se viene lasciata si vendica fino alla morte. La sua vita, il suo senso dell’amore sono costretti nell’eterno ripetersi dell’uguale, una vasca dei pesci al posto del nativo fiume, le riproduzioni in scala al posto di palazzi e monumenti, come l’amore in serie invece del grande amore romantico. Così, le evoluzioni della città viste dalla prospettiva della ragazza costeggiano le evoluzioni della sua vita e del suo sentimento.



Anche Fran Lebowitz in Fran Lebowitz – Una vita a New York, la miniserie in 7 episodi diretta da Martin Scorsese, amico di lunga data della protagonista, e distribuita da Netflix, cammina lungo il magnifico Panorama of the City of New York, un plastico costruito nel ’64 da Robert Moses e ora visibile nel Queens Museum, percorrendolo però la scrittrice non ripercorre la sua vita come un eterno presente, ma constata lo scarto tra il suo passato da illustre newyorkese e il presente di una città che, ovviamente, fatica a comprendere. La serie è sostanzialmente una prosecuzione di La parola a Fran Lebowitz (Public Speaking), documentario diretto sempre da Scorsese nel 2010: dieci anni dopo quel film, il regista e la scrittrice, entrambi ambasciatori della città di New York nel mondo, si incontrano di nuovo e danno vita a una sorta di collezione di incontri pubblici o privati, sui palchi, alle conferenze, oppure seduti al Player’s Club a parlare di vari argomenti della vita contemporanea spesso messi in relazione con la città. Se, come dice Lebowitz, «I libri non sono specchi, ma sono porte», allora i titoli possono essere delle chiavi per aprirle: il titolo originale della serie è Pretend It’s a City, fai finta che sia una città, una frase che la donna grida contro i passanti che la urtano camminando distratti o frettolosi; quello italiano sottolinea “una vita a New York”. Ecco quindi di cosa parla realmente la miniserie: di quella vita, di quella città e della posizione che la donna prende spesso, più o meno maliziosamente, nei confronti degli abitanti della città, una donna che del suo lavoro di umorista e di scrittrice satirica dice «io non invito la gente, la accuso».


Il titolo originale della serie è Pretend It’s a City, fai finta che sia una città, una frase che la donna grida contro i passanti che la urtano camminando distratti o frettolosi


È l’atteggiamento che nel bene e nel male permea tutta la serie, una sorta di snobismo che parte proprio dall’accezione anglosassone del termine ‘umorista’, dal firmare rubriche su quotidiani e periodici in cui si punta il dito contro le cattive abitudini degli altri, e qualche volta anche delle proprie (su tutte, a sottolineare l’importanza dell’urbanistica nella Grande Mela, l’incapacità di prendere decisioni immobiliari), ed è un atteggiamento che considerando l’età di Lebowitz, nata nel 1950, può essere d’ostacolo alla comprensione della contemporaneità, come lei stessa ammette («Credo che una persona possa solo capire i suoi contemporanei»). Il leit-motiv visivo è la scrittrice che passeggia, che percorre New York andando da un teatro all’altro, una libreria all’altra, oppure da nessuna parte, guardando le placche dorate e le targhe che costeggiano i marciapiedi della città: a questo falso movimento, Scorsese contrappone appunto il plastico, con la città che non dorme mai finalmente ferma, una volta tanto assopita e quindi cristallizzata, come un’immagine che si può guardare e decifrare.


L’unico posto che lei e Scorsese visitano realmente è l’enorme biblioteca dell’ultimo episodio, un luogo in cui i due cercano le radici della città, delle loro famiglie, dei loro ricordi


In questo modo la scrittrice, che non scrive più da moltissimi anni perché, dice lei, troppo impegnata a leggere o andare alle feste, può “scrivere” il suo saggio definitivo sulla città di New York: ognuno degli episodi ha per titolo un dipartimento dell’amministrazione comunale (Beni culturali, Trasporti pubblici, Board of Estimate, Dipartimento di Sport e Salute, Stanza dei registri e Servizi bibliotecari) e da qui partono le riflessioni umoristiche o sarcastiche di Lebowitz, che si allargano a pensieri generali di cui però New York è sempre culla, punto di partenza. L’unico posto che lei e Scorsese visitano realmente è l’enorme biblioteca dell’ultimo episodio, il solo luogo in cui Scorsese – se si escludono i dibattiti pubblici, o la cornice del club – decide di farsi vedere e interagisce direttamente con la protagonista, un luogo in cui i due cercano le radici della città, delle loro famiglie, dei loro ricordi: diventa così esplicito il nocciolo emotivo del prodotto, ovvero l’osservazione da lontano, un po’ dall’alto, di cosa era New York nel suo momento di maggiore fioritura.


Martin Scorsese e Fran Lebowitz

Spesso i racconti, i dialoghi, le riflessioni si basano sul ricordo di quando Lebowitz, negli anni ’70, si trasferì da Morristown nel New Jersey a New York, cominciando a scrivere per la rivista di Andy Warhol Interview. In quei ricordi, grazie al cielo, non c’è nostalgia o glorificazione del passato newyorkese, ma consapevolezza che ciò che per lei era all’epoca bello, stimolante, importante potrebbe non avere lo stesso valore oggi, anzi potrebbe essere addirittura uno sbaglio; al contempo, non pone mai – o quasi – la questione su un piano di superiorità generazionale, perché ogni generazione compie le sue scelte, ogni persona fa storia a sé. Quando una ragazza le chiede, durante un incontro pubblico, se deve preoccuparsi del fatto che la sorellina piccola abbia già un iPad, lei risponde di no, perché il mondo del futuro sarà fatto di iPad, di persone che fin da bambine avranno a disposizione certi strumenti tecnologici, che sarà perfettamente a suo agio nella nuova umanità. È molto interessante quindi il suo posto all’interno della contemporaneità e dei suoi discorsi: può essere in disaccordo sulla direzione che il mondo sta prendendo, può non capire cosa la circonda (non ha smartphone, computer e social network), ma al tempo stesso non può giudicare ciò che non fa parte del suo orizzonte, ciò che riguarda gli altri. A meno che non si tratti di New York, qui Lebowitz si sente chiamata in causa, a torto o a ragione, come quando critica fortemente i nuovi grattacieli della 57ª strada che hanno trasformato la via in un paese del Golfo, uno di quei luoghi in cui nel deserto spuntano abnormi torri, malamente copiate dal Chrysler Building o dall’Empire State.


Nei ricordi degli anni ’70 non c’è nostalgia o glorificazione del passato newyorkese, ma consapevolezza che ciò che per lei era all’epoca bello, stimolante, importante potrebbe non avere lo stesso valore oggi


Questa ambivalenza si specchia quindi anche nelle sue idee sul discorso pubblico: non è certo una progressista radicale, non si definirebbe mai ‘attivista’ nel senso classico del termine, eppure l’essere un’intellettuale, ebrea e dichiaratamente lesbica la pone in una posizione da cui poter dire cose importanti sui temi culturali che in America sono alla base di molti discorsi: le sue riflessioni sul MeToo e il rapporto con la celebrità sono tra le cose migliori che si ascoltano nella serie, perché non si adagiano nella comodità del pro e contro ma cercano di afferrarne la complessità; i suoi ricordi della condizione femminile di un tempo, confrontata con l’oggi, sono una testimonianza a loro modo decisiva ed è geniale la risposta alla domanda di una ragazza che si chiede se il “politicamente corretto” non ci stia soffocando. «Io respiro benissimo».


Fran Lebowitz in Fran Lebowitz – Una vita a New York (2021) di Martin Scorsese

Lebowitz si presenta arcigna, si vanta della propria distanza dal mondo e dalle sue cose, è una donna che con il suo umorismo recita la parte dell’altezzosa signora di una certa età che sferza tutti e tutte, ma quando fa calare la maschera si dimostra più aperta e sensibile della maggior parte degli intellettuali che aprono bocca o computer su certi argomenti, non usa Facebook e Instagram, ma sa descriverne perfettamente le dinamiche: «La rabbia è: non ho potere, ma sono pieno di opinioni». Scorsese le regge il gioco con grazia sorniona e, anche grazie al montaggio di David Tedeschi e Damian Rodriguez, che in opere del genere è una vera e propria sceneggiatura, riesce a far spuntare la persona dietro il personaggio, a trasformare la sensazione di vedere una “sit-down comedian” nel racconto di una donna che cerca di specchiarsi dentro un luogo in cui fatica a riconoscersi.


I libri e i film sono un’àncora per salvarsi dal turbinio del presente, e al tempo stesso una lente d’ingrandimento per provare a guardarlo e capirlo


Fermandosi dentro quella biblioteca, Lebowitz e Scorsese hanno bisogno di aggrapparsi alla loro memoria storica, agli archivi del loro pensiero e dell’immaginario, a volte con i libri, altre con i film, perché quelle immagini e parole sono un’àncora per salvarsi dal turbinio del presente, e al tempo stesso una lente d’ingrandimento per provare a guardarlo e capirlo, quel presente. Come un plastico fa con la città, l’arte fissa il tempo in movimento per permettere alle persone di guardarlo, di dargli un senso: Fran Lebowitz – Una vita a New York, nelle quasi tre ore e mezza di durata complessiva, mostra due ultra-settantenni che cercano di guardare la loro città in perenne movimento attraverso un passo diverso, uno sguardo più lento e profondo, magari stando fermi e seduti. Osservandola come si farebbe con un quadro o un libro o un film. Fingendo che sia un’opera, anziché una città, una di quelle che nonostante i ritocchi non può non invecchiare.



In collaborazione con la rivista Mediacritica