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Meta Mirror | Gli algoritmi della narrazione

La serie di Charlie Brooker tra riflessioni metanarrative e il gusto per la distopia retrò di Black Mirror 6

La sesta stagione di Black Mirror, la serie antologica distopica ideata e prodotta da Charlie Brooker, ha generalmente deluso le aspettative. Le recensioni lamentano la perdita dell’ubi consistam del franchise: la componente tecnologica e la riflessione critica sulle idiosincrasie sociali e sul cambiamento antropologico in atto negli ultimi decenni nella società occidentale sembrano avere perso la centralità che hanno avuto nelle precedenti stagioni, rendendo il risultato più simile a delle puntate de Ai confini della realtà e slegandolo da un filo tematico unitario.

In altri termini, sono venuti meno i temi portanti che per più di un decennio hanno caratterizzato il format distopico di Channel 4 (le prime due stagioni) e Netflix (dalla terza Black Mirror 3), quegli stessi leitmotiv analizzati dal pensiero post-umano e trans-umanistico compendiati dal celebre argomento della rana di Chomsky. La tecnologia, di cui ci serviamo in maniera sempre più massiccia e capillare e in cui finiamo inevitabilmente per crogiolarci, è quella stessa dimensione ubiqua e pervasiva che ha gradualmente preso il nostro posto senza che ce ne rendessimo conto, così come sembra relegato in secondo piano un altro elemento identificativo delle precedenti stagioni, quello di una fantascienza quotidiana e consueta ambientata in una realtà contemporanea che sembra a tutti gli effetti la nostra, presentando soltanto un lievissimo scarto, una distonia quasi inavvertibile con il mondo così come lo esperiamo normalmente. Nella sesta stagione domina invece un passato prossimo, revisionista e derivativo, riscoperto e riscritto attraverso sofisticate tecnologie di deepfake, declinate diversamente a seconda dell’orizzonte di genere nel quale sono calate.


Josh Hartnett osserva Aaron Paul dentro lo spacepod, il meccanismo che in Beyond The Sea permette agli astronauti di trasferire la propria coscienza in repliche androidi di loro stessi sulla Terra


I due episodi che più riprendono lo spirito del Black Mirror degli esordi sono il primo, Joan is Awful, meta-riflessione sul ruolo delle piattaforme streaming nella pratica spettatoriale contemporanea, e Beyond the Sea, racconto sci-fi con una messa in scena minimale e retro-futuristica che si richiama da una parte a 2001: Odissea nello spazio e dall’altra a Moon di Duncan Jones. Negli altri casi gli autori sembrano aver puntato su meccanismi diegetici ispirati più dall’orizzonte di genere e da un’ambientazione temporale vintage e passatista che dal canonico spunto sociologico tipico della serie.

Loch Henry, un true crime d’antan nel quale una coppia di filmmaker in erba deve vedersela con uno spietato serial killer, con rimandi a certo immaginario horror anni ’70/’80; Mazey Day, un thriller-fantasy ambientato nel 2006, che mette sotto la lente di ingrandimento il mondo dei paparazzi e la comunicazione scandalistica che riguarda le celebrities dello star system, nell’ultima fase precedente all’affermazione dei social network; Demon ’79, dove una ragazza indiana di stanza a Londra costruisce la propria vendetta/emancipazione verso una politica sempre più razzista e retrograda, grazie a un demone che si incarna nelle vesti del cantante dei Boney M, in una spassosa blaxploitation emancipatoria e libertaria che prende di mira il primo governo Thatcher insediatosi proprio nel 1979.



Pur essendo anche noi persuasi che la sesta stagione non regga il confronto con i migliori momenti della serie, c’è tuttavia un discorso da fare che si innesta proprio a partire dalle sequenze iniziali del primo episodio, che è a tutti gli effetti una cornice che dà senso a tutto il resto: Joan (una splendida  Annie Murphy) scopre di essere a sua insaputa la protagonista di una serie lanciata sulla piattaforma streaming Streamberry, con chiaro riferimento – nelle grafiche e nei codici sonori – alla stessa Netflix. Inizia così un gioco di scatole cinesi in cui, in una vertiginosa mise en abyme, si sovrappongono diversi piani di realtà.

L’idea di base è che chiunque potrebbe prima o poi diventare (inconsapevole) protagonista di una serie creata da algoritmi e simulacri digitali, con riferimenti puntuali a questioni legali, liberatorie e leggi su privacy e diritti d’autore che rendono l’episodio una specie di meta-tutorial sul quadro giuridico-normativo che caratterizza la produzione di un prodotto seriale del 2023. Joan vede proiettata la sua vita sui display dei propri device praticamente in real-time, attraverso un sofisticato software di intelligenza artificiale che gira su un computer quantistico, per ricreare, sub specie narratione, i momenti della sua quotidianità che la donna ha appena vissuto. Nello show Joan ha il volto di Salma Hayek, la cui recitazione a sua volta non è reale, ma frutto di tecnologie deepfake.


La CEO della piattaforma di streaming discute il successo della serie Joan Is Awful nella sede di Streamberry


Il personaggio interpretato da Annie Murphy non ci sta. Non ha intenzione di diventare la protagonista di questa specie di Truman Show, mentre la sua vita, diventata nel frattempo un panopticon digitale, naufraga miseramente con il fidanzato che la lascia, gli amici che le tolgono il saluto e Salma Hayek che non è contenta del modo in cui la ragazza sta gestendo le proprie scelte esistenziali. Joan si rivolge a un legale che però le fa presente che nel momento in cui ha sottoscritto l’abbonamento con Streamberry ha firmato una liberatoria che consente alla piattaforma di fare della sua esistenza, come di quella di altri milioni di utenti, un prodotto narrativo basato sul meccanismo zavattiniano del pedinamento e gestito in prima persona da un’intelligenza artificiale che gira su un computer quantistico con una formidabile potenza di calcolo.

In un’intervista per la rivista Empire Charlie Brooker ha ammesso di aver «giocherellato un po’ con ChatGPT» mentre scriveva la sesta stagione della sua serie antologica, salvo poi sostenere di avere cestinato quanto partorito dall’intelligenza artificiale. E, cionondimeno, il dubbio che questa sesta stagione non si limiti a una riflessione meta-cinematografica sull’AI ma che Brooker l’abbia utilizzata in qualche modo anche nei restanti episodi un po’ rimane.

Il significato dell’impianto metaforico di Joan Is Awful è del resto abbastanza evidente. Nell’epoca di ChatGPT e dell’intelligenza artificiale dispiegata, la profilazione/personalizzazione basata su algoritmi di costruzione delle nostre abitudini e sul machine learning sta trasformando la nostra vita in un contenuto digitale, pronto per essere pubblicato sui social. Il continuum esperienziale tra la vita cosiddetta “reale” e i regimi dell’illusione è totale e non solo perché i film, le serie tv, o i videogame assomigliano alla vita (anche perché vale soprattutto il viceversa), ma più originariamente perché i linguaggi audiovisivi contemporanei sono spesso così subdoli e sofisticati sotto il profilo cognitivo, percettivo ed emozionale da finire per far dimenticare di essere dei linguaggi, e cioè degli strumenti di mediazione e di rappresentazione.


Annie Murphy e Salma Hayek in Joan Is Awful


Le piattaforme fondano le proprie strategie sulla fidelizzazione degli utenti in termini di numero di visualizzazioni, di tempo di fruizione di un certo contenuto e di preferenze riguardo ai vari programmi offerti. L’intelligenza artificiale analizza informazioni in continuazione, raccogliendo qualcosa di più significativo di semplici predilezioni estetico-culturali: i dati sulle nostre emozioni, che vengono profilate per introdurre un marketing specifico basato sulle nostre predisposizioni psicologiche e sentimentali, trasformandoci di fatto in cavie mediatiche da laboratorio narratologico postfordista. In altri termini, l’AI lavora indefessamente per mettere a punto strategie più chirurgiche, subdole e pervasive per comprendere in che direzione si devono muovere gli sceneggiatori del futuro (o, più probabilmente, i software di scrittura del futuro) per la realizzazione dei prossimi prodotti audiovisivi e per fidelizzare/indirizzare ulteriormente il rapporto con lo spettatore e modificarne a proprio uso e consumo la percezione della realtà, insegnandogli non soltanto cosa guardare ma anche e soprattutto come guardare.

Già Alfred Hitchcock fantasticava sulla possibilità di trasformare lo spettatore in una sorta di strumento musicale che il Maestro della suspense avrebbe potuto/voluto suonare a suo piacimento, indirizzandone di volta in volta le emozioni attraverso un utilizzo avvertito di tecniche narrative e cinematografiche a carattere pressoché subliminale. Sembra quasi che Brooker, a partire dal grido d’allarme per lo sviluppo sempre più sofisticato di ChatGPT e delle altre intelligenze artificiali che sarebbero ormai prossime al raggiungimento della singolarità tecnologica, abbia per la prima volta provato ad applicare la sua premiata formula tecno-luddista non già alla realtà ma direttamente alla sfera degli immaginari. Black Mirror 6 sembra volerci dire: attenzione, magari fosse un problema legato soltanto al presente, la macchina algoritmica ha la capacità di riplasmare ed infiltrarsi anche nei meandri sinaptici del passato, nella nostra memoria spettatoriale, nei rizomi del genere e degli archetipi.



Black Mirror 6, nella sua natura clamorosamente derivativa, ci mostra come tecniche come la motion capture, il deepfake e tutto ciò che ruota attorno al machine learning ( Umanità aumentata) possano spingersi anche all’interno dei nostri ricordi spettatoriali, riscrivendoli e reinventandoli prima che ce ne possiamo rendere conto. Non più dunque soltanto riflessione critica sulla società contemporanea, intesa a stigmatizzare le varie forme di dipendenza cibernetica da cui siamo affetti, ma riscrittura algoritmica di un passato audiovisivo da poco trascorso, non priva di una certa standardizzazione e prevedibilità come mostrano tutti gli episodi della stagione con l’eccezione del primo, ambientati in un passato popolato da personaggi privi di nuances e sfumature, che sembrano in effetti essere usciti dalla fantasia binaria di ChatGPT. Del resto l’intelligenza artificiale impara unicamente dal passato, costruisce le proprie previsioni soltanto su quello che già conosce. Ogni opzione narrativa diventa calcolabile, prevedibile e influenzabile. L’algoritmo assimila da ciò che è stato, ma il futuro che esso calcola e determina non è un futuro vero e proprio ma una semplice variazione combinatoria del passato che quindi non è in grado di generare autentiche novità, chiuso com’è all’interno di un recinto mediatico celibe e autoreferenziale.

L’afflato umanistico del più celebre brand distopico dell’universo seriale, il suo tentativo certosino di individuare e stigmatizzare tutte le forme di dipendenza cibernetica da cui siamo affetti, ritrova il suo smalto proprio nell’episodio finale, Demon ’79, quello con una più spiccata torsione politica: a rischio non è soltanto la realtà che abitiamo, ma anche il nostro immaginario e i protagonisti e le memorie che lo popolano. E allora al personaggio deepfake di Salma Hayek che ha ceduto i diritti di sfruttamento della propria immagine ai colossi tech del capitalismo della sorveglianza, Charlie Brooker contrappone il personaggio deepfake del cantante dei Boney M, che diventa un demone anarcoide e anti-sistemico intenzionato a ridare dignità ai calpestati/dimenticati della Storia nell’attesa dell’imminente apocalisse nucleare, che in tempi di guerra e di propaganda algoritmica come quelli che viviamo non è affatto uno scenario così peregrino. There’s no alternative era il mantra neo-liberista coniato dalla Lady di ferro. Ma, stando ai titoli di testa dell’ultimo episodio, un’alternativa potrebbe esserci: si chiama Red Mirror, un’immaginaria casa di produzione horror che forse prelude a un prossimo spin-off seriale a cui ci auguriamo Charlie Brooker stia già lavorando.