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Guardare oltre | Il cinema dopo il Bataclan

Come i film raccontano le storie dei sopravvissuti e degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, da Un año, una noche a Vous n’aurez pas ma haine, da Revoir Paris a November

Andare avanti, senza guardare verso il basso. Lì in basso c’è l’inferno, di sangue e di morti. Lo dicono i gendarmi, le squadre speciali. Lo dicono ai superstiti che ancora non hanno coscienza di esserlo – superstiti – e sono intrappolati in una dimensione istintiva di incoscienza, di sospensione, di non vita. Andare avanti significa muoversi, oltrepassare, passare oltre e passare attraverso. Ciò che è rimosso tuttavia continua a ritornare, in forme incognite, in rappresentazioni disparate. Sono trascorsi otto anni dagli attentati di Parigi, da quelle stragi che vengono evocate con una sola parola: Bataclan. Quando l’onomatopea ha valenza universale. Il nome di un teatro, una sala da spettacoli che arriva a comprendere il trauma di una società intera. Otto anni da venerdì 13 novembre 2015. Uomini bomba allo Stade de France, attentati a mitra e bombe nelle brasserie, ancora kamikaze e kalashnikov al concerto degli Eagles of Death Metal, al Bataclan. Il Bataclan è uno degli eventi, è parte ma anche tutto, è il simbolo di un’epoca. Andare avanti, guardare oltre, fino a quando il cinema e la letteratura elaborano il dolore, sedimentano il ricordo, producono rappresentazioni.

Tra il 2022 e il 2023 arrivano in sala quattro film che ruotano intorno all’universo Bataclan: Un año, una noche, Vous n’aurez pas ma haine, Revoir Paris, November. Nel 2023 arriva anche, nelle librerie, V13, oggetto narrativo proteiforme dalla penna di Emmanuel Carrère che raccoglie le cronache e le memorie relative al processo sulle stragi. I titoli scelti fanno per lo più riferimento al tempo, che sia un giorno – o il giorno –, un mese, un anno. In alternativa, fanno riferimento al luogo, inteso come luogo geografico e simbolico: Parigi. Solo uno, in italiano «Voi non avrete il mio odio», pare proiettato al futuro. Evidente la simbologia, si scava nella memoria recente per fissare il rimosso. Fissare, nel senso di guardare fisso. I film e il libro scaturiscono infatti da ricostruzioni, atti e testimonianze, vogliono essere essi stessi testimonianza. Meta-testimonianza, secondo i codici dei generi nel quali il racconto viene declinato.



Nahuel Pérez Biscayart e Noémie Merlant in Un año, una noche (2022) di Isaki Lacuesta


Il primo è Un año, una noche del basco Isaki Lacuesta. Deriva da un romanzo, Paz Amor y Death Metal di Ramón González, che è racconto diretto di quello che accadde al Bataclan e di quello che continuò ad accadere nelle vite di chi era lì. Una coppia di ragazzi qualsiasi, spagnoli, scampati per caso al massacro, costretti a convivere con il trauma piuttosto che a sopravvivere ad esso. Un anno, una notte il titolo, ma forse avrebbe potuto chiamarsi un uomo, una donna, per come Lacuesta delinea il differente approccio al dopo. Lui, sconvolto, imploso, chiuso in un loop temporale dal quale sembra condannato a non uscire più, cerca consolazione e cura. Lei aggrappata alla routine del suo ruolo e della sua professione, costretta a sentire la tragedia come una colpa, cerca, non pace, ma futuro. Una relazione sentimentale che diventa tossica e si estingue per poi rinascere, forse, sulle proprie ceneri, quando le strade dei due si rincontrano, per un altro concerto, ancora al Bataclan. Il filo conduttore è proprio quello: andare avanti, non guardare in basso.


Un año, una noche si azzarda a rappresentare l’orrore, ricostruendo visivamente lo sgomento degli scampati, avvolti nelle coperte termiche di alluminio


Un año, una noche cerca di rappresentare la deriva delle anime più che dei corpi, ma si azzarda anche a rappresentare l’orrore, ricostruendo visivamente lo sgomento degli scampati, avvolti nelle coperte termiche di alluminio dorato come Domopak, oppure conducendoci nei labirinti del Bataclan, dove gli scampati si ammassavano come bestie, camminandosi sopra, perdendo vita o ragione. Un altro di quei sommersi poi salvati è il protagonista di Vous n’aurez pas ma haine, un uomo qualsiasi divenuto celebre per un instant post condiviso su Facebook in cui si straziava per la morte della moglie rivendicando di voler restare, a tutti costi, umano. Un film seminale, in cui la difficoltà di affrontare la quotidianità ed il futuro prossimo – padre vedovo, figlio di 3 anni – viene bilanciata da un’esistenza virtuale, sui social, sui media, che porta il protagonista a rappresentare il dolore, piuttosto che ad elaborarlo.



Diverso è l’approccio di Alice Winocour, che per Revoir Paris costruisce una sorta di Sliding Doors emotivo. La scena si sposta, dal Bataclan si passa ad uno dei bistrot luogo degli attentati – come tappa intermedia in un percorso cristologico di sepolcri? Si vede e si vive la vita di Mia, splendida Virginie Efira, che per caso si trova in uno di quei locali dove tutto esplode, e per caso sopravvive. La tragedia spezza il flusso dell’esistenza, il flusso deve essere riannodato in una mappa che è geografica ma anche psicologica. Mia rivede i luoghi, ricerca e riconosce le persone prima e dopo il big-bang. Ricostruisce una vita possibile per tasselli – meglio dire per schegge –, traendo forza dalla condivisione della sofferenza per tagliare i ponti col passato, anche sentimentale. Mia va avanti, non guarda in basso, e scopre che il suo avanti era solo stato interrotto, ma nei fatti già cominciato.

Revoir Paris – titolo internazionale: Paris Memories – pone al centro l’individuo e non la coppia; l’individuo che diventa allegoria, metafora di una città che guarisce, in cui i luoghi violati non sono catacombe di dolore ma incubatori di rinascita collettiva. In questi tre film lo sguardo si posa sulle vittime, mentre i carnefici restano ombre, fantasmi, di per ciò stesso demoni, ed in quanto demoni esistenti soltanto negli istanti in cui fecero l’inferno. Tutti morti sul posto, morti in azione, meno colui che fece il gran rifiuto, Salah Abdeslam, che decise di non azionare la cintura esplosiva. Sulla sua fuga e sulla sua cattura è costruito November di Cedric Jimenez ( November | Per un cinema d’assalto).




Un posto di blocco raccontato in November (2023) di Cedric Jimenez


November è un film di genere investigativo, filologicamente investigativo. Volge lo sguardo avanti, oltre le vittime e i loro microcosmi violati, per rappresentare la ricerca dei colpevoli, in senso traslato la ricerca di un perché. Jimenez, regista definito “muscolare” per la sua concezione ideologica della giustizia e dell’azione (vedasi Bac Nord) ragiona sulle onde sismiche anziché sugli epicentri. I suoi protagonisti, poliziotti ed investigatori, non sono microcosmi emozionali, ma vettori in un percorso che disvela zone d’ombra. Queste zone d’ombra sono la logistica del terrore, i luoghi di aggregazione del fanatismo e della disperazione: non-luoghi, come la Parigi degli homeless sotto il cavalcavia dell’autostrada o come Moleenbek in Belgio, che è un non-luogo in quanto non visto, in quanto ghetto, eppure così riconoscibile come stargate europeo del califfato siriano, del proselitismo, del conseguente terrorismo.


November è un film di genere investigativo, filologicamente investigativo. Volge lo sguardo avanti, oltre le vittime e i loro microcosmi violati, per rappresentare la ricerca dei colpevoli


Molti hanno accostato November a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow nella misura in cui lo sguardo, forse anche il giudizio, cala sulle conseguenze dirette e collaterali di una guerra dei mondi. Pochi hanno ripensato a Munich di Spielberg, alla stolidità degli agenti del Mossad che si muovevano, che erano mossi al compimento dell’operazione di rappresaglia indiscriminata passata alla storia come “Operazione Ira di Dio”. Demoni contro demoni, in un tentativo sisifeo di rimozione destinato a perpetuare l’odio. November somiglia a Munich, ma sembra sottintendere che un altro odio è possibile, riconosciuto, metabolizzato, elaborato dall’umanità al suo stato più elevato. L’umanità come società, che si riconosce nella codificazione dei delitti e delle pene. Questo è anche il cuore di V13 di Carrère.



Lo scrittore francese individua la sua missione, e come un inviato embedded nelle zone di guerra segue tutte le fasi del processo post Bataclan. Che è, nei fatti, un processo alle ombre, ai fantasmi, essendo Abdeslam l’unico superstite del commando. Un processo alle ombre e una grande terapia collettiva in cui si susseguono senza soluzione di continuità le testimonianze degli scampati, e però si cerca anche di capire la rete di complicità, la rete di moventi ideologici che potrebbe far scaturire altri inferni, altri Bataclan. Carrère non abiura al suo sguardo da occidentale più o meno consapevole, riconosce le responsabilità originarie del neocolonialismo francese, in Iraq, Siria e Libano, ma allo stesso tempo è curioso come un entomologo, vuole capire come una cultura discendente dall’Illuminismo possa o meno esser capace di disvelare, e di andare avanti.

È affascinato dall’arte degli avvocati, che da un’oratoria logico-deduttiva arrivano ad astrarre, ad universalizzare i temi come filosofi illuministi, appunto. È ammirato dall’eterogeneità del dolore, da come i sopravvissuti abbiano percorso sentieri incogniti, del tutto originali, ma tutti volti in avanti. È attratto, soprattutto, dalla luce che irradia dal sottomondo dei presunti complici, degli invisibili, siano essi cittadini francesi o belgi, siano migranti regolari o irregolari. Traccia quindi un percorso necessario che ha riferimenti geografici, storici, sociali, e in quest’ottica la sua opera ha molti più punti in comune con November piuttosto che con gli altri film. Raccontare, ci dice Carrère, è un passo più in là del sopravvivere. Raccontare è resistere, continuare a resistere. È andare avanti.