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OnlyFans | Pornografia social e i diritti del sesso online

Il successo del porno social tra sex work e battaglie femministe nel caso di Maria Sofia Federico, con la diffusione illecita di foto di nudo e le accuse di revenge porn

Viviamo in un tempo che si è fatto oramai compiutamente digitale. Le informazioni viaggiano quasi esclusivamente online, postiamo milioni di immagini e di video, firmando in continuazione contratti e liberatorie con le multinazionali della comunicazione globale senza curarci troppo di clausole e vincoli giuridici. Grazie ai social è possibile condividere le proprie esperienze sia con un gruppo ristretto di amici che col mondo intero. Se Facebook rappresenta il prototipo liberal dell’esperienza social contemporanea è anche perché le sue regole sono abbastanza stringenti e non permettono una condivisione indifferenziata di tutto ciò che ci passa per la testa. L’ineffabile algoritmo della piattaforma di Zuckerberg e le sue nutrite squadre di fact-checkers, come abbiamo visto durante la congiuntura pandemica, sono pronti a bannare chiunque esprima idee o pubblichi foto/video contrari alle policy e agli interessi dell’azienda.

Certo, la discussione su come possa una società privata, in barba a leggi vigenti e costituzioni, decidere chi censurare e chi promuovere a seconda della propria visione politico/morale e, soprattutto, dei propri tornaconti aziendali, rimane una questione aperta, ma è chiaro che Facebook, a differenza dei suoi principali competitor, ha un rapporto molto più sorvegliato con alcune delle dimensioni più costitutive dell’esperienza virtuale: il porno e la sessualità.


Su Instagram, Snapchat e TikTok una buona parte dei contenuti è di carattere esplicitamente erotico-sessuale: l’immagine di profilo femminile più ricorrente è, secondo una recente ricerca, una foto in bikini


Su altri social, in particolare Instagram, Snapchat e TikTok, una buona parte dei contenuti è di carattere esplicitamente erotico-sessuale: le foto sono molto spesso sguaiate e ammiccanti (l’immagine di profilo femminile più ricorrente è, secondo una recente ricerca, una foto in bikini), scrollando il feed ci si imbatte frequentemente in video che mostrano ragazze in déshabillé che mimano o alludono ad atti sessuali che sarebbero immediatamente censurati se passassero sulla televisione generalista, tanto più se si considera che l’età media degli utenti Instagram si assesta attorno ai 23 anni e che milioni di minorenni italiani sono regolarmente iscritti alle piattaforme social, in molti casi anche quando hanno meno di 14 anni e non lo potrebbero fare (l’age verification non sembra proprio la specialità della casa delle big tech della comunicazione social).


Mark Zuckerberg festeggia i 500 milioni di utenti raggiunti da Instagram nel 2016, quattro anni dopo l’acquisizione da parte di Facebook. Adesso gli utenti Instagram sono 2 miliardi


All’articolo 21 della Costituzione, così come in diversi passaggi del Codice civile e di quello penale (che fanno riferimento anche alla pubblica decenza e agli atti osceni), viene utilizzata l’espressione buon costume, che si configura come un concetto particolarmente refrattario alla definizione, in quanto il legislatore non specifica in cosa debba fattivamente tradursi, ma lascia la sua concreta determinazione evolutiva all’interprete. Per quanto vago e indeterminato quindi, il buon costume rappresenta l’unico limite esplicito che il Costituente ha posto rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero in tutte le sue forme, ma è da subito evidente che il concetto di “buon costume”, legato com’era alla considerazione della sessualità e della pubblica decenza, si è, per dirla con Nietzsche, radicalmente trasvalutato dai tempi in cui sono entrati in vigore la Costituzione repubblicana e le attuali codificazioni civili e penali (quasi un secolo fa) e certamente un italiano medio degli anni Trenta del Novecento ha una concezione del pudore e dell’osceno molto diversa dalla nostra.

Tanto è vero che le più recenti sentenze della Corte Costituzionale interpretano la clausola del buon costume come «presidio del bene fondamentale della dignità umana». Aggiungiamo poi che in Italia la prostituzione e la pornografia sono perfettamente lecite, così come non costituisce reato visionare una foto erotica di una ragazzina dichiaratasi maggiorenne a meno che il minore in questione non sia stato in qualche modo indotto o istigato a ritrarsi in quella posa, così come non è perseguibile una persona che scambia contenuti erotici in chat con un minorenne credendo in buona fede di avere a che fare con un adulto.


Grazie alla diffusione alla portata di tutti della pornografia è stato possibile preparare il campo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questioniche hanno a che fare con le libertà fondamentali


D’altra parte, almeno da una decina d’anni a questa parte, il passaggio dalla pornografia analogica a quella digitale ha portato molti addetti ai lavori dell’industria del sesso (attori, produttori, performer, distributori) a utilizzare i social network non solo per la propria promozione privata e aziendale, ma anche per trovare canali alternativi di fruizione e per intercettare un pubblico più ampio ed eterogeneo. Il porno in questo senso, come ha sottolineato Mike Stabile, della Free Speech Coalition  associazione statunitense dell’industria della pornografia e dell’intrattenimento per adulti – ha assolto e continua ad assolvere un compito da apripista nelle battaglie sui diritti civili: grazie alla diffusione sempre più capillare e alla portata di tutti della pornografia è stato possibile preparare il campo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni a più ampio raggio che hanno a che fare con le libertà fondamentali, i diritti delle persone LGBTQ e la liberalizzazione delle pratiche sessuali.

Questa dinamica di progressiva erotizzazione social ha raggiunto il suo acme con una piattaforma nata soltanto nel 2016, ma che già conta centinaia di milioni di iscritti in tutto il mondo e un fatturato in crescita esponenziale: OnlyFans. Esplosa durante la pandemia, quando la richiesta di video per adulti è cresciuta in maniera vertiginosa, ma con una novità dirimente rispetto ai siti competitor: contenuti esclusivi e personalizzati forniti da ragazze e ragazzi della porta accanto del tutto estranei all’industria per adulti. Non più pornodive old style con anni di onorata carriera alle spalle, ma giovani studentesse che per arrotondare vendono foto e perversioni personalizzate e sessioni di sexting in video chat, il tutto nella (apparente) legalità più totale, visto che le transazioni sono tracciate (con il plauso dell’Agenzia delle Entrate), che la piattaforma (in teoria) non consente la pedopornografia o altre forme di violenza e che le sex workers sono soggette a regolari forme di tassazione e che quindi potranno godere di trattamenti pensionistici. OnlyFans conta al momento circa due milioni di creator in tutto il mondo e una comunità di centinaia di milioni di utenti in rapida espansione. Il proprietario di maggioranza dell’azienda, Leo Radvinsky, è un ucraino originario di Odessa che ha scommesso sull’idea di un social porno, una piattaforma con tutte le funzionalità tipiche dei social network (profili personali, messaggistica istantanea, sistemi di amicizia, like e following) ma con una peculiarità che fa la differenza: il tema centrale dell’interazione tra gli iscritti è il sesso che i circa 2 milioni di creatori sparsi in giro per il globo (per il 95% di sesso femminile) propongono sotto varie forme ai loro sottoscrittori.


Mike Stabile, presidente della Free Speech Coalition, interviene su OnlyFans


Per accedere ai contenuti occorre pagare un abbonamento che va dai 4,9 ai 49 euro mensili, a seconda del materiale che si intende visualizzare. L’importo viene fissato dal content creator, che stabilisce poi degli ulteriori compensi in genere parecchio esosi per contenuti personalizzati, foto, testi e video creati ad hoc per l’occasione e che ci si scambia via chat (una creator può arrivare a guadagnare anche 50mila euro al mese). Si paga con le carte dei principali circuiti bancari, ma non con paypal e prepagate (tutto sicuro e anonimo e all’insegna della più assoluta discrezione per evitare che genitori benpensanti o mogli gelose possano ficcare il naso in vicende che non li riguardano).

Certo, le polemiche sulla piattaforma di Radvinsky sono tante. Praticamente ogni giorno si leggono notizie di ragazzine tredicenni o quattordicenni che si sono iscritte al sito per arrotondare la paghetta settimanale utilizzando la carta d’identità della madre o della sorella, postando (nel migliore dei casi) foto di piedini o scatti da Lolite pruriginose. I creator più à la page scelgono di trasferirsi all’estero per abbracciare regimi fiscali maggiormente comprensivi (Dubai è tra le mete più gettonate dove il lordo corrisponde in sostanza al netto). Gli agenti che lucrano sugli introiti dei loro assistiti portandogli via anche il 40% degli incassi, ricordandoci che, mutatis mutandis, i problemi della prostituzione sono sempre gli stessi.

Se però, come abbiamo detto, in Italia non è reato la prostituzione, in teoria lo sarebbe il suo sfruttamento, considerato che la piattaforma trattiene una commissione del 20% sulle transazioni dei propri lavoratori. Secondo l’articolo 25 della Costituzione italiana le fattispecie di reato devono essere espressamente previste dalla legge, non si può quindi procedere per analogia, applicando norme che regolano casi simili: per la maggior parte dei giuristi si ha prostituzione solo quando c’è uno scambio di denaro per sesso (reale), non per il pagamento di foto e video di natura sessuale o per interazioni erotiche di carattere virtuale. Per cui OnlyFans tecnicamente non favoreggerebbe la prostituzione, almeno fino a quando il legislatore non deciderà di mettere mano al quadro normativo che, al momento, risulta vago, contradditorio e del tutto anacronistico.


Amrapali Gan, CEO di OnlyFans, risponde alle domande dell’inchiesta BBC sugli abusi di minore legato alla piattaforma social


Maria Sofia Federico è una creator di 18 anni che si auto-definisce una sex worker demisessuale. Balzata agli onori delle cronache grazie al reality Il Collegio, è una ragazza culturalmente molto preparata, un’attivista per i diritti delle donne, una vegana convinta particolarmente sensibile alle questioni anti-speciste e alla causa animalista. Essendo nata nel 2005, ha dovuto aspettare di compiere i diciotto anni prima di diventare sex creator sulla piattaforma, mentre è riuscita a iscriversi all’università (frequenta una facoltà di cinema) già a 17 anni avendo frequentato un liceo quadriennale. Sul suo profilo si legge la seguente dicitura: «Il nudo per me NON deve essere “artistico” per essere valido, ma ciò non toglie che qui mi impegnerò a pubblicare delle foto tecnicamente mozzafiato (che poi queste siano considerate “volgari” o “accettabili” dai ben pensanti, non me ne può fregar di meno❤️)».


Maria Sofia Federico intende il suo ruolo di lavoratrice del sesso anche e soprattutto come una forma di women empowerment, inscritta nel lungo e periglioso percorso della storia dell’emancipazione femminile


Per la modica di 15 euro al mese è possibile abbonarsi ai suoi servizi generalisti, salvo poi approfondire la sua conoscenza dietro il pagamento di adeguati compensi per foto/video personalizzate o chattate che assecondino e stimolino le perversioni del cliente. Maria Sofia è molto consapevole del suo ruolo/funzione, ha spesso difeso i diritti di trans e minoranze LGBTQ, convinta di assolvere anche a una funzione sociale e civile. Intende il proprio lavoro, non soltanto come un divertimento e come un modo per sbarcare il lunario ma, anche e soprattutto, come una forma di women empowerment, inscritta nel lungo e periglioso percorso della storia dell’emancipazione femminile.



Un paio di mesi fa ha sporto denuncia contro alcuni abbonati alla piattaforma rei di avere fatto circolare in rete delle sue foto erotiche (che erano state regolarmente acquistate – ma su OnlyFans non si comprano foto-filmati ma esclusivamente il diritto a poterli visualizzare e conservare sui propri device, un po’ come succede sulle piattaforme streaming), sostenendo che il loro comportamento configurerebbe il reato di revenge porn. Su Instagram ha recentemente dichiarato:

Ho deciso di realizzare un video per dimostrare che non me la sono cercata, così da poter aiutare chiunque altro abbia subito condivisione non consensuale di materiale intimo a rispondere a questa violenza. Il fatto che io abbia reso pubblici su una specifica piattaforma dei contenuti che sono girati altrove non è diverso da un partner che inoltra dei miei messaggi alle sue amicizie. Per capirci: io posso fare sesso sfrenato con cento uomini al giorno ma incazzarmi a morte se anche solo uno di loro mi palpa il sedere senza che io gli abbia dato l’ok. Io non sono un oggetto ma un soggetto sessuale e tutto quello che faccio, anche le cose considerate più estreme, esistono soltanto grazie alla mia volontà. Appena smetto di esercitarla cessano di esistere.

La paradigmatica vicenda di Maria Sofia, come è ovvio, ha diviso la community. Se delle foto intime regolarmente acquistate su OnlyFans vengono cedute a terzi senza avere l’autorizzazione dell’avente diritto si configura una semplice ipotesi di pirateria e/o di violazione di copyright oppure è legittimo parlare di revenge porn e di condivisione non consensuale di materiale intimo? C’è chi sostiene che, se una ragazza per lavoro vende delle foto senza veli, poi non può accusare di revenge porn il furbetto di turno semplicemente perché non gliele ha pagate, perché in questo modo si rischia di banalizzare e depotenziare una fattispecie penale molto seria. Qualcun altro ritiene invece che Maria Sofia stia combattendo una battaglia meritoria per i diritti delle lavoratrici del sesso, categoria decisamente poco sindacalizzata.


Il video dove Maria Sofia Federico denuncia la diffusione illecita di sue foto di nudo mariasofia.federico


Come si stabiliscono i confini dell’intenzione e del consenso nel mondo virtuale di OnlyFans? L’autorizzazione alla diffusione di un video in cui il creator pratica del fisting o del bondage estremo è revocabile? Quante migliaia di uomini/donne che hanno realizzato e diffuso dei video porno si sono poi drammaticamente pentiti di quello che, magari in un momento di debolezza o di difficoltà economica, hanno scelto di fare? E non è palesemente contrario al concetto costituzionale di buon costume dal quale siamo partiti che milioni di persone possano dare sfogo alle proprie perversioni (pissing, umiliazioni di tutti i generi, simulazioni di stupri) soltanto perché farebbero parte di una comunità privata che peraltro, secondo molte fonti, conterebbe decine di migliaia di minorenni soltanto in Italia?

La diffusione sempre più capillare e pervasiva del porno social on demand ha realmente a che fare con le battaglie (di sinistra?) sui diritti civili e con i percorsi di emancipazione dell’essere umano o è soltanto una delle tante configurazioni del capitalismo della sorveglianza in cui vigono gli imperativi della connessione permanente, della prestazione autoreferenziale e del consumo sopra ogni cosa? In fondo, come ci ricorda Byung-Chul Han in Eros in agonia (2021) sulla scia di Jeremy Rifkin, siamo passati dall’epoca del possesso a quella dell’accesso, dall’epoca delle cose a quella delle informazioni. Così come il libro diventato ebook non è più un oggetto, non è più una cosa, bensì è mera informazione digitale, il simulacro virtuale del libro, privo di aurea e di realtà, allo stesso modo anche l’eros, in teoria la dimensione più corporea e concreta che esiste, si è ormai completamente virtualizzato.

Il narcisista ha già tutto in casa, non ha bisogno dell’Altro. Gli basta la sua immagine riflessa. Nell’amore addomesticato si cerca nell’altro soltanto una conferma di se stessi. La relazione diventa una forma di consumo priva di rischio, pericolo e sofferenza, che vengono rimpiazzati da eccitazione e sentimenti piacevoli senza conseguenze. Se l’altro è privato della sua alterità si degrada a specchio del soggetto. Il corpo non può essere amato, ma solo consumato. E nell’era del selfie non c’è neanche più bisogno di qualcuno che ci fotografi.

Il capitalismo della sorveglianza, che ha ormai trasformato il mondo in un panopticon digitale, rappresenta la forma più radicale di capitalismo. La sua virtualizzazione continua deresponsabilizza, derealizza, disincanta il mondo, privandolo di qualsiasi appiglio con la realtà. Al contrario del capitalismo industriale, esso preferisce l’immateriale perché è meno ingombrante e crea più assuefazione e dipendenza: più una merce risulterà incorporea e liquida, più facile sarà maneggiarla e riuscire a trarne profitto. Dai generi sessuali ai diritti civili, dalla ricerca scientifica alla filantropia, non c’è ambito che sia rimasto indenne alla sua logica estrattivista e produttivista che, dietro alla patina di liberalità e inclusività, nella sua attività di profilazione inesausta, nasconde l’esigenza di inserire ciascuno di noi in uno specifico slot digital-esistenziale-giuridico (bianco, caucasico, gender-fluid, transgender, cisgender, discalculico, dislessico, demisessuale, no-vax, armocromatico), con lo scopo ormai dichiarato di ri-orientare e differenziare abitudini e comportamenti a fini commerciali e ripagandoci con soddisfazioni personalizzate di riconoscimento narcisistico. Risultato: un sé ipertrofico, fragile, egotico, autistico e autoreferenziale.


Dai generi sessuali ai diritti civili, non c’è ambito che sia rimasto indenne alla logica estrattivista e produttivista che, dietro alla patina di liberalità e inclusività, nasconde l’esigenza di inserire ciascuno di noi in uno specifico slot


Come nell’Icaro involato di Queneau (1968) o ne La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen (1985), servizi quali OnlyFans consentono dei divertimenti estemporanei e paracadutati, che non si presentano però con la tipica passività della fruizione audiovisiva fondata sul voyeurismo canonico della visione scopica tradizionale (io parlo/mostro, tu ascolti/guardi), ma ci forniscono l’illusione di entrare da protagonisti nella generazione diegetica dell’esperienza pornografica e modificarne in tempo reale e a nostro piacimento l’andamento narrativo. Senza particolari controindicazioni se non quelle economiche, nel più totale riserbo e anonimato e, almeno per il momento,  evitando di fare riscorso a bot e intelligenze artificiali. Un rimasuglio umanistico che ha probabilmente i giorni contati.